Il 20% delle micro imprese trasloca le vetrine online

Nel corso dell’emergenza coronavirus il 20% delle microimprese italiane ha traslocato le vetrine online. Da quanto emerge dal report di GoDaddy (registrar americano di domini Internet) “Trasformazione digitale durante il lockdown: le micro imprese italiane, un’analisi sulle micro imprese e i loro comportamenti online”, durante il lockdown però solo il 41% delle micro aziende del nostro Paese aveva un sito web rilevabile tramite i motori di ricerca. Tuttavia, sottolinea lo studio, le micro imprese hanno dimostrato capacità di reazione per sopravvivere alla crisi dovuta all’emergenza sanitaria, e quasi un quinto delle “saracinesche” ha infatti attivato servizi di vendita online o di delivery, soprattutto nel settore della ristorazione.

Il 41% riesce a utilizzare un sito vetrina in maniera funzionale

La ricerca di canali alternativi è avvenuta nonostante il basso livello di digitalizzazione delle micro imprese attive nei settori di commercio al dettaglio, ristorazione e studi professionali. “Per queste micro imprese – si legge nello studio – il primo passo per la digitalizzazione è rappresentato dall’apertura di un sito web: tuttavia, solo il 41% riesce a utilizzare un sito ‘vetrina’ in maniera funzionale e a renderlo rilevabile tramite i motori di ricerca”, riporta Adnkronos. “Di queste, – aggiunge lo studio – solo il 27% riesce ad attrarre volumi di traffico rilevanti sul proprio sito web, registrando più di 500 visite al mese”.

Il 18% ha attivato servizi per vendere online

Secondo il Pmi Digital Index 2020 di GoDaddy l’indice di digitalizzazione delle Pmi italiane si attesta a 56/100, un punteggio migliorato di due punti rispetto all’anno scorso, riferisce il Corriere della Sera. Si assiste quindi a una lenta trasformazione digitale delle piccole realtà, complice il periodo di lockdown che ha dato una grande spinta alla vendita online e che ha portato le micro imprese a cercare canali digitali alternativi per garantire la continuità e la sopravvivenza dell’attività economica. Per quanto riguarda gli strumenti di vendita online (digital sales), solo il 29% delle micro imprese aveva già attivato servizi per vendere online prima del lockdown, ma il 18% del totale lo ha fatto durante questo periodo, e ha raccolto ordini tramite WhatsApp (23%), un canale ecommerce (14%) o social media (9%).

Il 19% ha attivato servizi di delivery

Per quanto riguarda il delivery, una micro azienda su 5 (19%) ha attivato servizi di delivery tramite sito web o ordinazioni telefoniche. Durante i mesi di emergenza, però, scarsa rilevanza è stata data dalle micro imprese ai servizi informativi: solo il 6% ha introdotto ad esempio servizi di newsletter per rimanere in contatto con i propri clienti. Sulla performance, invece, l’analisi di GoDaddy mostra che “solo pochi casi virtuosi (10%) hanno attivato investimenti significativi durante il periodo di lockdown e incrementato il traffico verso il proprio sito – commenta Gianluca Stamerra, Regional Director di GoDaddy per Italia, Spagna e Francia -. Allo stesso tempo, il fatto che il 63% delle piccole aziende con sito rilevabile riesca a generare meno di 500 visite mensili dimostra che esiste un enorme potenziale di miglioramento”.

L’ ambiente entra nella hit delle priorità per gli italiani

L’ambiente entra con prepotenza nella hit delle priorità di vita degli italiani. Sette italiani su 10 (68%) dimostrano di saper definire correttamente la biodiversità, e 4 italiani su 10 mettono in collegamento la perdita di biodiversità e l’alterazione degli ecosistemi con le conseguenze catastrofiche per l’abitabilità terrestre, compresa la pandemia Covid-19. Solo 1 italiano su 10 (9%) ritiene che non valga la pena preoccuparsi, e che la perdita di biodiversità sia fisiologica nell’evoluzione degli ecosistemi. Ma nell’insieme oltre 3/4 dell’opinione pubblica coglie la serietà delle condizioni.

Come preservare la biodiversità?

Preservare la biodiversità, quindi, ma come? Secondo i risultati del Rapporto #Biodiversità, I care 2020 dell’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market/Swg. per 1 italiano su 2 (50%) sono necessari prodotti e detersivi a basso impatto ambientale, mentre per il 42% degli intervistati la strada è privilegiare un carrello della spesa composto dalla varietà di prodotti agroalimentari del territorio.

Inoltre, per 1 italiano su 4 è importante l’impegno nel riutilizzo del cibo avanzato in compost per giardinaggio, e 1 su 5 individua nella pratica di piccole coltivazioni di orto/giardino la valorizzazione della biodiversità. Per il 17%, invece, è fondamentale l’esperienza diretta attraverso escursioni e viaggi in luoghi ad alta biodiversità e aree protette.

Quali azioni in favore del basso impatto ambientale

Quanto alle azioni da intraprendere in favore dell’ambiente, un italiano su 2 (53%) si dichiara in prima linea nella raccolta differenziata, e il 50% degli intervistati ritiene si debba guardare innanzitutto alla prevenzione dello spreco alimentare. Inoltre, 4 intervistati su 10 (40%) sono disponibili a ridurre i propri consumi idrici ed energetici, e quasi altrettanti (37%) a effettuare piccoli spostamenti a piedi, in bicicletta, o in monopattino. Meno fortuna per la dotazione di pannelli solari (25%) o l’acquisto di auto elettriche (20%), e solo 1 italiano su 10 (12%) si dichiara disposto a ridurre viaggi e movimentazione a mezzo aereo, mentre il 13% si considera già su standard adeguati a livello di comportamenti e abitudini sostenibili.

Il lockdown e i segnali di un habitat più sano

Nelle settimane di lockdown secondo l’83% degli italiani l’aria pulita era il termometro di un habitat più sano, e per 7 intervistati su 10 le acque di mari, fiumi e laghi più pulite, oltre alla maggiore varietà o presenza di volatili nei cieli (63%) e di specie animali che in precedenza non si avventuravano nelle aree urbane (56%).

Nella crisi complessiva della biodiversità sono infatti le specie animali a farsi notare di più per la loro rarefazione. Per il 66% degli italiani soprattutto farfalle e insetti, e per il 63% grilli, rane e cicale.

Un segnale inquietante arriva per 6 intervistati sulle 10 dalle cosiddette specie aliene. Piante o animali invasivi di origine esotica e alloctona che avvistiamo nel nostro ambiente e che sono stati importati dalla loro area di origine.

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Spesa online, una nuova abitudine per gli italiani

A partire dal mese di marzo la penetrazione del canale online per il settore del Largo Consumo in Italia è cresciuta in maniera significativa. Il 37% delle famiglie italiane che hanno fatto la spesa online nelle ultime settimane non aveva mai fatto acquisti sul web di prodotti FMCG ((Fast Moving Consumer Goods, Beni di largo consumo) nell’ultimo anno, e la domanda supera le capacità dell’offerta, tanto che il 19% delle famiglie avrebbe voluto fare la spesa online, ma non ci è riuscito. Questo è il risultato del monitoraggio settimanale che GfK ha attivato a fine febbraio  per analizzare gli effetti del Coronavirus sui mercati, i consumatori e i media. E offrire alle aziende gli strumenti di conoscenza per affrontare la Fase 2 e prepararsi per la “nuova normalità” che ci attende nei prossimi mesi.

Per molti si è trattato della prima volta in assoluto

Secondo il Consumer Panel GfK nell’evoluzione degli acquisti di beni di largo consumo nei primi mesi del 2020 emerge che un numero crescente di italiani ha iniziato a fare la spesa online durante il lockdown. Nei primi tre mesi dell’anno la percentuale di famiglie che hanno acquistato online almeno una volta sul totale Universo famiglie Italiane rispetto allo stesso periodo del 2019 è infatti cresciuta di +4,6 punti. E se la crescita più significativa si è avuta nel mese di marzo per molti si è trattato del primo esperimento assoluto di spesa online.

Il 19% delle famiglie ha cercato di fare la spesa online, ma non ci è riuscita 

Il 37% delle famiglie italiane che hanno fatto la spesa sul web nel mese di marzo non aveva mai effettuato un acquisto di prodotti FMCG nel canale online nei 12 mesi precedenti. Ma non solo, guardando alla domanda dei consumatori, questo numero avrebbe potuto essere ancora più elevato. Infatti, secondo le rilevazioni GfK nel mese di marzo il 19% delle famiglie ha cercato di fare la spesa online, ma non ci è riuscita a causa di limiti strutturali delle piattaforme della distribuzione, che si sono trovate ad affrontare in pochi giorni una crescita esponenziale delle richieste.

Il lockdown ha comportato un’accelerazione dei comportamenti dei consumatori

Il lockdown ha sicuramente comportato un’accelerazione dei comportamenti dei consumatori italiani, che nelle scorse settimana hanno iniziato a utilizzare il canale online per fare acquisti di prodotti di Largo Consumo. Sarà importante quindi continuare a monitorare l’evoluzione della Fase 2, per capire se e in quale misura questi comportamenti entreranno a far parte in maniera stabile delle abitudini degli italiani

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Niente sarà più come prima, come vivremo dopo la pandemia

“Non sarà più come prima”, lo stesso concetto diffidente che ha inaugurato diverse fasi storiche come il dopoguerra, il post 11 settembre o l’avvento dell’euro, applicato al quotidiano ci costringe oggi a modificare il futuro.

Un’ammissione di incertezza che in queste settimane di quarantena mette d’accordo tutti, da politici e sociologi a influencer, star dello spettacolo, studenti, imprenditori e casalinghe. Quando torneremo a uscire, dovremo abituarci a scambiare tempo in cambio di sicurezza, anteporre il binomio diffidenza-distanza alle abitudini post-globalizzazione, convivere con mascherine e guanti. Di certo dovremo ripensare a come gestire e relazionarci a i diversi ambiti della nostra vita. Almeno nel medio termine.

Casa e controlli

Alcune abitudini domestiche rimarranno, ma dovendo diffidare dell’ascensore, nel quale è difficile mantenere le distanze, continuerà la riscoperta delle scale, utili anche all’esercizio fisico. Per garantire la sicurezza dell’ambiente domestico si è ormai diffusa l’abitudine “giapponese” di abbandonare le scarpe all’ingresso. Mascherine, guanti e detergente saranno i nuovi accessori obbligati che accompagneranno chiavi e portafoglio, riporta Ansa. E saremo costretti a cedere sul piano della privacy. Il tracciamento da parte di app per individuare assembramenti o contatti con persone infette è cosa di giorni, ma il futuro non ha limiti. Le app potrebbero spingersi a individuare comportamenti a rischio e in base ai dati virtuosi raccolti, alle app potrebbe essere affidata l’ultima parola per l’ingresso in luoghi di aggregazione

Smart working, scuola ed e-commerce

Lo smart working si sta diffondendo forzosamente. Superata la quarantena si tornerà in fabbrica e negli uffici, ma alcune attività resteranno efficienti anche ai “domiciliari”. Anche scuole e università dovranno riorganizzarsi: distanze, buone pratiche e disinfettanti, maggior uso della tecnologia, con corsi e lezioni online. Le università in particolare adotteranno il numero chiuso per chi la lezione vuole seguirla dall’aula, predisponendo sale di ascolto o accessi da remoto per gli altri. E se il coronavirus ha fatto volare l’online, la tendenza si rafforzerà ancora. Chi durante la quarantena si è abituato a fare acquisti a distanza forzerà i punti vendita a trasformarsi in centri di distribuzione a domicilio per ordini effettuati da cataloghi.

Trasporti, ristoranti, palestre, cinema

Dopo anni di campagne promozionali per scoraggiare l’uso dell’auto, ora bus, metropolitane e treni sono i nuovi “nemici”. Per riavvicinare gli utenti le società di gestione stanno studiando nuovi piani operativi, con spazi delimitati per l’attesa e corse a “numero chiuso”. E dopo decenni di espansioni delle low cost le compagnie aeree dovranno riprogettare le procedure, dai termo scanner agli imbarchi a posti contingentati e assegnati ad adeguata distanza.

Ovviamente cambierà anche il modo di andare al ristorante, dove verrà limitato il numero di clienti che vi accedono, con distanza di oltre due metri tra i tavoli, e prenotazioni obbligatorie. Le palestre di grandi dimensioni invece si attrezzeranno con percorsi costruiti sull’uso di macchine ad personam, puntando su corsi online con personal trainer in video. E al cinema i posti potrebbero essere assegnati con prenotazione a un numero limitato di spettatori.

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Più donne nelle cariche direttive, soprattutto in Lombardia

Sono oltre un milione, di cui 798mila titolari, e rappresentano il 25% delle cariche attive. In Italia crescono negli anni le cariche direttive nelle aziende occupate da donne, soprattutto in Lombardia. Tra amministratori, procuratori e titolari nella regione lombarda sono oltre 161mila, e se erano 142mila dieci anni fa, l’aumento del +13,7% è molto più forte rispetto a quello degli uomini, che dal 2009 cresce solo del +1,9%. Inoltre, se le titolari di ditte individuali in Lombardia sono ancora la prevalenza (93.606), in 10 anni, dal 2009 al 2019, salgono da 42.252 a 52.505 le amministratrici di società attive (+24%). Soprattutto nei settori commercio, servizi alla persona, ristorazione e immobiliare. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese relativi alle cariche attive.

Milano concentra 63.894 presenze femminili nei Cda

In generale, quasi una carica direttiva su quattro in Lombardia è ricoperta da una donna, con punte del 28% a Sondrio e del 25% a Pavia e Varese. Ma è Milano a concentrare 63.894 cariche femminili (+26,2% in dieci anni), seconda in Italia dopo Roma (84.501). Rispetto alle altre province a Milano prevalgono nettamente le cariche direttive femminili in società (37mila circa tra cui 25 mila amministratori e 12 mila procuratori) rispetto alle titolari (27mila). Tra le prime a livello nazionale anche Brescia, con 19.536 donne che ricoprono cariche direttive. Seguono, in regione, Bergamo, con 18mila, Monza Brianza e Varese, con 11mila. A Monza Brianza segnano +31,5% in dieci anni.

Una carica femminile su 20 in Lombardia è occupata da una donna sotto i 30 anni

I settori con maggiore presenza femminile a livello direttivo in Lombardia sono il commercio al dettaglio, i servizi alla persona e di ristorazione, dove prevalgono le titolari, mentre nel commercio all’ingrosso e nella attività immobiliare gli amministratori e procuratori donna sono la maggioranza.

In media una carica femminile su venti in Lombardia è occupata da una donna sotto i 30 anni, mentre le nate all’estero rappresentano il 16% con prevalenza di cinesi e rumene.

In Italia donne più presenti alla guida di imprese del commercio e dell’agricoltura

In Italia le presenze femminili in dieci anni crescono del 3,9%, e sono attive soprattutto nel commercio al dettaglio (232mila cariche), nelle coltivazioni agricole (199mila), nei servizi alla persona. In Italia in media le giovani sotto i 30 anni rappresentano il 57% del totale, mentre le nate all’estero il 12,3% con prevalenza di cinesi e rumene. La classifica è guidata da Roma, con 84.501 cariche, e Milano, con 63.894, seguita da Napoli (48.392), Torino (37.699), Bari (26.776), Salerno (23.021), Brescia (19.536), Firenze (19.147) e Caserta (18.918). Ed è a Caserta e a Salerno che la presenza delle donne pesa di più sulle cariche direttive, dove sono oltre il 26%.

Le quattro parole chiave della felicità

Il coach Roberto d’Incau, fondatore della società di consulenza Hr Lang & Partners, e la psicoterapeuta Laura D’Onofrio, hanno realizzato il Lessico della Felicità, una sorta di mini dizionario, edito da Baldini + Castoldi, in cui raccontano la felicità in tutte le sue declinazioni. In pratica, 33 parole sui cui riflettere per riuscire ad affrontare lo stravagante disturbo che è la vita. Ma sono quattro le parole che fanno emergere il significato profondo delle relazioni, e che potrebbero farci vivere meglio se riuscissimo a usarle dal lato giusto: amore, comunicazione, desiderio, empatia.

L’amore è una partita di squash

“Possiamo pensare all’amore come se fosse una partita di squash – spiega Laura D’Onofrio -. Si è in due davanti a una parete, e la pallina rappresenta tutto ciò che ci può essere in una relazione: sentimenti, problemi, esperienze di vita”.

Questo significa che tutto ciò che parte da un membro della coppia torna verso l’altro, il quale ha il compito di prendere ciò che arriva e mandarlo indietro di nuovo. Il trucco sta nel cercare di non far cadere ciò che lega due persone, nel raccogliere, o accogliere, tutto, e rimandarlo indietro in una forma nuova.

Ma cos’è la parete contro cui sbattono i sentimenti? Il mondo fuori dalla coppia, ciò che non fa parte del nucleo in cui vive l’amore, ma contro cui si scontra quotidianamente. Che può incidere negativamente sulla relazione.

Comunicazione, controllare la ricevuta di ritorno

Il meccanismo del comunicare è noto a tutti. Ci deve essere qualcuno che vuole mandare un messaggio e un altro che lo deve ricevere. Per una comunicazione efficace “ci devono essere due persone una che parla e un’altra che ascolta e che fa capire che il messaggio è arrivato in maniera efficace – continua D’Onofrio -.  Comunicare non è solo dirsi delle cose, ma essere certi che sia arrivato un messaggio. Alla base della comunicazione c’è proprio questo”. Un po’ come la ricevuta di ritorno delle e-mail.

Se quindi voglio dire qualcosa devo partire da quello che voglio comunicare e fare in modo che l’altro capisca esattamente quello che dico, perché altrimenti do vita al primo fraintendimento che viene messo in campo, soprattutto nelle relazioni, e sul quale poi si articolano litigi e conflitti.

Desiderio ed empatia, evitare l’effetto melassa

Abbiamo una quantità di desiderio limitata, che però è possibile rigenerare. Il rapporto può essere monogamico, ma è importante mantenere uno spazio proprio, individuale.

“Nella coppia non bisogna mettere tutto – sottolinea D’Onofrio – altrimenti si perde lo spazio del desiderio”, che nasce quando qualcosa non ci appartiene ancora, riporta Ansa.

L’empatia, poi, è una fenomenale competenza relazionale, significa che possiamo capire il punto di vista dell’interlocutore. Per questo è una competenza anche professionale. Entrare in empatia significa mettersi nei panni dell’altro, comprenderne le esigenze. Anche quella di avere uno spazio segreto.

Il turismo vale 40 miliardi. Le strategie di Enit per il 2020

Il settore del turismo non smette sfoggiare i suoi primati, e l’Italia si prepara al nuovo anno con una strategia orientata a nuovi mercati e nuovi segmenti. Come l’Asia, e la Cina in particolare, e ai nuovi viaggiatori ad alta capacità di spesa. Si punta però anche al turismo domestico, al turismo slow e a quello active. Senza dimenticare gli investimenti nel settore della meeting industry e alle fiere destinate agli operatori. Il piano 2020 di Enit, l’Agenzia Nazionale del Turismo, propone un’Italia della sostenibilità, a misura dei nuovi viaggiatori internazionali. Il tutto per un comparto che fino al mese di ottobre 2019 ha contato oltre 360 milioni di notti trascorse nelle strutture ricettive italiane, per un introito di circa 40 miliardi di euro.

Oltre 360 milioni di notti trascorse e 3 milioni di partecipanti a eventi “di lusso”

Stando ai dati dell’Ufficio Studi Enit, fino al mese di ottobre 2019 sono state oltre 360 milioni le notti trascorse nella Penisola, +4,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, che hanno apportato introiti per circa 40 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Ufficio Studi Enit il brand Italia fino a ottobre 2019 ha attratto ben 3 milioni di partecipanti a eventi organizzati e sponsorizzati nel mondo del lusso, e sono state organizzate quasi 32 milioni di occasioni di visibilità del Bel Paese all’estero attraverso azioni di comunicazione pubblicitaria mirate, e azioni di co-marketing.

Un turismo capace di spendere durante tutto l’anno

Per il 2020 Enit rivolge un’attenzione particolare al mercato domestico, soprattutto rivolto alle destinazioni delle aree interne e alle piccole e medie città della cultura. I mercati in rapida crescita come l’Asia e in particolare la Cina, con i nuovi target giovani ad alta capacità di spesa, sono poi al centro delle nuove campagne per un turismo capace di spendere durante tutto l’anno. Verso i Paesi di prossimità Enit ha invece previsto campagne per la valorizzazione di nuove esperienze turistiche, destinate ai viaggiatori più fedeli per creare nuove motivazioni di vacanza in Italia, riporta Askanews. Dalle sedi estere di Enit, poi, sono 480 le iniziative già previste per il 2020, di cui circa il 20% orientate anche alla valorizzazione della meeting industry.

Puntare sui nuovi target di lusso, sul turismo slow e active Per il 2020 Enit ha destinato il 22,7% a iniziative sui nuovi target del lusso affluent e Hnwi (High Net Worth Individual). Ma si punta anche al turismo slow, a cui sarà riservato il 34,8% delle azioni Enit, e al turismo active, con il 26,7%o delle attività. Inoltre, sono oltre 40 le fiere previste nel 2020 accompagnate da specifici workshop per gli operatori del settore

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Altro che virali, le fake news sono più resistenti dei virus

Il pericolo della diffusione di notizie false o di manipolazione delle informazioni nell’era dell’informazione digitale è sempre in agguato. Spesso paragonate alla propagazione delle malattie, in realtà le fake news sono peggio dei virus, perché quando “attecchiscono” sono più resistenti, e si diffondono con meccanismi molto più complessi rispetto a quelli che determinano il contagio dei virus veri e propri. Per porre un argine alla diffusione di notizie false, spesso fonte di atteggiamenti di odio e intolleranza online, non basta però la sola informazione corretta. Perché la loro propagazione dipende anche da alcuni fattori umani, come la propensione a imitare i propri simili e divulgare le proprie idee.

Come la diffusione di una malattia o di una fake news cambia il modo di agire delle persone

Sull’argomento si è occupata una ricerca sulla simulazione di fenomeni di propagazione nelle reti sociali, pubblicata sulla rivista scientifica Plos One dal ricercatore Marco Cremonini, dell’Università di Milano, insieme a Samira Maghool, dottoranda in fisica dell’Alzhara University di Teheran.

“Il nostro studio – spiega Cremonini – si è focalizzato su un tema ancora di nicchia, ma di forte interesse: il rapporto tra il fenomeno che si propaga e la reazione delle singole persone coinvolte. Il nostro obiettivo è capire come la diffusione di una malattia virale, una dipendenza o una fake news, cambi il modo di agire delle persone e viceversa”.

La probabilità che venga diffusa una notizia falsa dipende dalla volontà di diffonderla

Questa mutua influenza è difficile da comprendere, “perché la consapevolezza delle persone – sottolinea il ricercatore – varia in base a fattori che i modelli finora non avevano specificato in modo efficace”. “Quando si diffonde una malattia, per esempio, le persone prendono consapevolezza e reagiscono per proteggersi, limitando il contagio –  continua Cremonini -. Nel caso di una dipendenza, vedere i miei amici che ne diventano schiavi mi può portare a imitarli oppure ad allontanarmi da loro. Nel caso di una notizia falsa online, la probabilità che venga diffusa non dipende solo dal fatto che ci creda e dalla voglia imitare i miei amici, ma anche dalla volontà di diffondere l’idea stessa”.

Comprendere le dinamiche per contrastare l’informazione negativa

Dire quindi che le fake news sono come virus è un po’ semplicistico, riporta Ansa, e aumentare la consapevolezza delle persone attraverso l’informazione può non essere sufficiente per arginarle. “Per questo – sottolinea il ricercatore – è importante affinare sempre più i nostri modelli, in modo da capire meglio le dinamiche e sviluppare strategie più efficaci per contrastare l’informazione negativa favorendo quella positiva”.

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Tecnologia di consumo, le vendite funzionano online, meno nei canali tradizionali

Il settore della tecnologia di consumo ha registrato un lieve calo nel periodo compreso tra gennaio e settembre 2019. A dirlo è una rilevazione di GfK, che ha evidenziato un lieve peggioramento (-1,0% a valore) del mercato italiano della tecnologia di consumo, con un fatturato complessivo pari a 9,9 miliardi di euro (sempre riferito al periodo gennaio-settembre 2019).

Bene il canale online, meno quello tradizionale

Sono particolarmente interessanti le rilevazioni GfK realizzate con metodologia Retail Panel, che mostrano come le vendite nei punti vendita tradizionali decrescono del -3,5% rispetto ai primi nove mesi del 2018, mentre si conferma il trend positivo del canale online (+14,5%), che arriva a rappresentare il 16,1% delle vendite a valore. Per quanto concerne i settori, rimane in negativo la performance del comparto Telecom (-3,8%) che, pur continuando a essere il più importante per fatturato complessivo del mercato italiano dei Technical Consumer Goods (38,2% del valore,) fa segnare un terzo trimestre ancora negativo. Flette anche il settore IT/Apparecchiature per l’ufficio (-0,5%), confermandosi comunque il secondo settore per importanza, con una quota pari al 19,1% del totale valore del mercato. Grazie soprattutto agli ottimi risultati del comparto Home Care, cresce ancora il Piccolo Elettrodomestico (+7,8%) che arriva a rappresentare il 9,5% del totale mercato. A fine settembre si conferma positivo anche il trend del Grande Elettrodomestico (+2,1%) che guadagna importanza e arriva a pesare il 14,8% del mercato TCG. Forse grazie a un’estate particolarmente calda (e lunga) si sono avute positive performance nel comparto Home Comfort (trattamento aria, condizionamento, riscaldamento) che registra una crescita del +38,3% nei primi nove mesi del 2019. L’Elettronica di Consumo (Audio/Video) ha registrato una flessione del -6,0% rispetto allo stesso periodo del 2018. Questo comparto e quello della Fotografia (-7,3%) rappresentano i due settori più negativi nei primi nove mesi dell’anno.

L’analisi dei canali distributivi

Il canale distributivo più rilevante per fatturato sviluppato, gli Electrical Retailer (Grandi e Piccole superfici specializzate in Elettronica di Consumo), cresce del +2,0% così come i Mass Merchandiser (+1,9%) che includono anche i Pure Player Specialist. I canali specialistici fanno registrare la performance più negativa (-10,4%) penalizzati soprattutto dagli specialisti in Telefonia. L’ultimo mese rilevato, settembre 2019, evidenzia un trend negativo del -2,0% per il mercato italiano della tecnologia di consumo, in attesa dell’ultimo trimestre dell’anno che è sempre il più importante per fatturato generato e che potrebbe cambiare il trend dell’intero anno 2019. Lo scorso anno, infatti, solo la settimana del Black Friday ha fatto registrare una crescita record del +42% per il mercato italiano della tecnologia di consumo. 

Cosa nascondono i ragazzi nei telefonini? Uno su tre, contenuti pericolosi

Un ragazzo su tre sul proprio smartphone tiene materiale che lo potrebbe mettere nei guai, foto e video pornografici e challenge pericolose. Lo ha scoperto skuola.net, che ha effettuato un’indagine intervistando 4000 giovani tra gli 11 e i 25 anni, e chiedendo loro di aprire per pochi istanti i telefoni e rivelarne i segreti. Il sondaggio ha preso il via da un evento che recentemente ha scosso l’opinione pubblica, ovvero la scoperta di una chat intitolata The Shoah Party fra ragazzi adolescenti, moltissimi dei quali minorenni, in cui si scambiava materiale di dubbio gusto. Da inni all’Isis e al nazismo a insulti razzisti, video pornografici e pedopornografici, e altri contenuti violenti.

Cosa succede nelle chat da cui genitori e parenti sono esclusi

Si sa, i luoghi preferiti per lo scambio di contenuti di qualsiasi tipo sono le chat dei servizi di messaggistica. Secondo i dati del sondaggio, il 60% dei ragazzi usa soprattutto WhatsApp e un altro 35% per lo più Instagram. Su queste piattaforme quasi tutti partecipano a chat collettive. Escludendo il 9% che comunica in questo modo solo con i familiari, il 58% chatta in gruppo con i propri amici, mentre un terzo dei ragazzi partecipa a gruppi in cui ci sono anche sconosciuti. Ma in queste chat da cui genitori e parenti sono esclusi i giovani si scambiano anche contenuti non appropriati. A raccontarlo è uno su 3 di coloro che vi partecipano.

Il 65% ha materiale pornografico sullo smartphone 

La tipologia di questi contenuti è varia. Se circa un quarto dei ragazzi intervistati non è in grado di definire le caratteristiche precise, la restante parte ha fornito maggiori dettagli. E si va dal materiale pornografico (65%) alle immagini di violenza (11%), dagli inni al nazismo/fascismo (8%) agli inviti a challenge o comportamenti pericolosi (7%) fino al bullismo (5%) e al razzismo (4%).

Sul motivo dello scambio, oltre la metà pensa possa essere divertente e fonte di ilarità scherzare su tali argomenti. Il 25% sembrerebbe interessato all’argomento delle discussioni, e il 13% lo ha fatto semplicemente per noia, e il 7% ha seguito passivamente il gruppo.

Gruppi “blindati” per non essere scoperti

Si tratta di gruppi in cui in più della metà dei casi (54%) si è entrati sotto invito di amici, o per lo meno di conoscenti (26%), mentre l’11% dei ragazzi è stato aggiunto da sconosciuti e addirittura 1 ragazzo su 10 afferma di esserne l’amministratore. Questo tipo di conversazioni, riporta Ansa, avvengono soprattutto in chat molto ristrette, quasi “blindate” (68%), forse perché il 70% sa perfettamente di muoversi al confine della legalità. Tuttavia non mancano, in misura minore, anche in gruppi più numerosi (18%) e nel 14% addirittura quelli che comprendono persone sconosciute.