Contro l’inquinamento? Un trasporto pubblico migliore

Migliorare il trasporto pubblico è la condizione sine qua non per poter migliorare nelle città italiane la qualità dell’aria e della vita in generale. La risposta, a gran voce, arriva da un questionario condotto nei mesi scorsi da Anci-Swg sulla mobilità sostenibile nelle 14 aree metropolitane del Paese.

Il 75% di chi vive in città vuole servizio pubblico

In base ai dati raccolti nello studio, il miglioramento del trasporto pubblico viene indicato dal 75% degli intervistati come la misura prioritaria da affrontare per ridurre l’inquinamento in città; per il 76% dovrebbe essere il compito principale per un assessore alla viabilità, seguito, al 46%, dall’aumento dei parcheggi di interscambio e al 45% dalla realizzazione di piste ciclabili protette e sicure.

Il 50% disposto a rinunciare al proprio mezzo a fronte di servizi efficienti

Ancor più interessante un’altra percentuale: il 50% degli intervistati si dichiara infatti disponibile a rinunciare all’utilizzo di automobili e motorini solo a fronte di un trasporto pubblico più efficiente, privilegiato rispetto ad altre misure come la presenza di una buona rete di piste ciclabili o di un sistema affidabile di car sharing. Soltanto interventi decisi su alcune delle criticità più evidenti del sistema di trasporto pubblico, come le attese troppo lunghe (riscontrato dal 53% degli intervistati come motivazione principale di mancato utilizzo dei mezzi pubblici) e i mezzi troppo affollati (37%) possono contribuire a invertire una generale tendenza all’insoddisfazione verso la qualità del trasporto pubblico nelle città metropolitane. Il 67% degli intervistati si dichiara, infatti, poco o per niente soddisfatto, con vette dell’83% nel Centro Italia, a fronte del 33% di utenti molto o abbastanza soddisfatti, concentrati soprattutto al Nord Italia (57%) e in particolare a Milano (75%) e a Bologna (73%).

Più mezzi e più puntualità

Insomma, i cittadini sono ben disposti a cambiare le proprie abitudini, comprese quelle più radicate. Però, in cambio, ritengono che migliorare la frequenza e la puntualità dei mezzi sia l’aspetto su cui è maggiormente necessario intervenire per spingere i residenti delle città metropolitane a utilizzare di più il trasporto pubblico, seguito dalla maggiore presenza di fermate nei pressi di luoghi di residenza o di lavoro e dalla diminuzione dei tempi di percorrenza.

Attenzione alla mobilità pulita

Gli italiani, scrive l’Adnkronos, si rivelano sempre più attenti anche a forme di mobilità più pulite e sostenibili. E’ infatti cresciuta la  frequenza degli spostamenti in bicicletta in città, passati tra il 2016 e il 2017 dall’8% al 18% tra coloro che utilizzano le due ruote più volte a settimana (con prevalenza di under 35 e residenti nel Nord Italia) e dall’8 al 21% tra chi utilizza la bici solo una volta a settimana. Rendere gli spostamenti in bicicletta più sicuri per gli utenti è la necessità maggiormente ravvisata dagli intervistati, che individuano nella realizzazione di piste ciclabili o percorsi protetti per le biciclette e nel miglioramento di sicurezza e segnaletica sui percorsi esistenti i principali interventi su cui investire per incentivare l’uso delle due ruote.

Bambini, niente smartphone fino ai nove anni

Genitori, siete avvistati: niente smartphone ai bambini al di sotto dei nove anni di età. E’ questa una delle principali linee guida App (Accompagnare, proteggere, proporre) elaborate dal Centro Studi Psichedigitale, associazione fondata a Cesena cinque anni fa da alcuni psicologi specializzati nello studio dell’interazione tra tecnologie digitali e sviluppo psico-emotivo dell’individuo nell’intero ciclo di vita. Obiettivo, mettere a punto un modello educativo per proteggere bambini e adolescenti dai pericoli derivati dagli usi impropri delle tecnologie, senza però trascurare – o demonizzare – le fantastiche opportunità offerte dal mondo digitale.

Line guida APP, cosa sono

Le linee guida “App” si declinano nelle diverse fasce di età e prendono in considerazione vari parametri (tipologia di schermo, contenuti, tempi, spazi, ruolo dei genitori). Punto fermo (trasversale dai 0 ai 18 anni)  è la necessità di una presenza costante del genitore che, secondo gli esperti, non dovrebbe abdicare al difficile compito di ‘educatore digitale’ fino al raggiungimento della maggiore età da parte dei figli. In particolare, si legge nel vademecum, prima dei due anni è consigliato non esporre il bambino ad alcuno schermo; fino ai 6 anni l’utilizzo del tablet dovrebbe sempre essere accompagnato da un adulto; fino a 9 anni sarebbe bene evitare l’uso personale dello smartphone e dar sempre più spazio ai cosiddetti  ‘tech talk’, momenti di confronto sull’uso della tecnologia e sulle regole da condividere.

E ancora: prima degli 11 anni la navigazione autonoma su internet e l’uso dei sistemi di messaggistica possono essere concesse, ma richiamando ad un uso responsabile e tenendo sempre aperto il dialogo. Infine, arriva la fase adolescenziale in cui è bene mettere in guardia sui pericoli del cyberbullismo e tenere gli occhi aperti per saper leggere i segnali di possibili criticità.

Il pericolo della dimensione tempo

“Spesso l’adulto, davanti a queste tecnologie molto seduttive si trova in difficoltà per l’assenza di un modello di riferimento. Ormai gli strumenti digitali  – spiega il presidente dell’Associazione Psichedigitale Francesco Rasponi  – sono diventati delle protesi di noi stessi ed occorre utilizzarli in sicurezza senza esserne travolti. Ad esempio uno dei rischi maggiori è rappresentato dalla dimensione tempo. Rimanere troppo a lungo davanti ad uno schermo – osserva l’esperto – ci preclude altre attività fondamentali. Ad esempio i videogiochi non sono più quelli a ‘gettone’ ma sono diventati una sorta di ‘lavoro’ e richiedono ore e ore di applicazione”.

No alla demonizzazione

“La nostra visione della tecnologia – ha spiegato all’agenzia di stampaAgi Francesco Rasponi – è molto lontana dalla demonizzazione. Il concetto di salute digitale è legato alla possibilità di saper cogliere il meglio dalle tecnologie. Il tutto nella consapevolezza che occorre ‘educare’, bambini e ragazzi ma soprattutto gli adulti, all’utilizzo di internet, videogiochi  e smartphone. Siamo noi a dover ‘dominare’ le tecnologie e non viceversa”.

Frodi online, ecco come e quando agiscono i truffatori del web

Le operazioni online, in particolare l’e-commerce, continuano a registrare numeri di crescita a livelli esponenziali. In base agli ultimi dati, infatti, nel 2016 oltre 1,61 miliardi di persone nel mondo  hanno acquistato beni online e il fatturato dell’e-commerce a livello mondiale è ammontato a 1900 miliardi di dollari. E alcune proiezioni recenti suggeriscono che la spesa online negli Usa toccherà i 4060 miliardi di dollari entro il 2020. E, in contemporanea, aumenta il rischio di truffe on line.

Nuovi strumenti per aiutare le imprese a contrastare le frodi on line

Un recente report pubblicato da Stripe rivela diversi pattern ricorrenti mai riscontrati finora per assistere le imprese online nella lotta contro le attività fraudolente in seguito alla stagione degli acquisti natalizi. “Mentre le carte di credito dotate di chip hanno reso più sicuri gli acquisti nei negozi fisici, i truffatori prendono sempre più di mira quelli online. E a differenza di quelli fisici, gli esercizi online sono purtroppo tenuti a pagare i costi associati alle frodi. Di fatto, ogni euro di ordini fraudolenti costa in media a una impresa online 2,21 euro in più” riporta l’analisi.

Le modalità dello studio

In un anno di esame a tappeto a livello globale, la società specializzata in soluzioni di vendite in rete ha evidenziato che i tassi di frode variano radicalmente a seconda del paese di emissione della carta, e si concentrano in giorni e fasce orarie in cui molte persone non fanno acquisti – per esempio il giorno di Natale o a tarda notte -. “I truffatori effettuano nuovi acquisti presso gli stessi venditori in breve tempo con la stessa carta e preferiscono i prodotti che non necessitano di consegna, o che possono essere consegnati in posti come edifici/parchi pubblici senza far suonare campanelli d’allarme, e che possono ottenere in breve tempo prima che le transazioni siano invalidate” dice il report. Per questo si verifica un maggior numero di frodi nell’area dei servizi on-demand e in quella dei beni di consumo di fascia bassa.

Le aree geografiche più a rischio

Sempre sulla base dei dati analizzati, si evidenzia che le carte emesse in Argentina, Brasile, India, Malaysia, Messico e Turchia tendono a essere più soggette a frodi di quelle emesse in molti altri paesi. Ma anche le carte statunitensi, canadesi e francesi sono particolarmente vulnerabili. Tuttavia, e per fortuna, le transazioni fraudolente rappresentano una percentuale molto bassa del volume totale di acquisti. Il tasso di frodi in proporzione al traffico complessivo tende ad aumentare quando la gente comune non fa così tanti acquisti, ad esempio nel giorno di Natale e S.Stefano. Lo stesso vale per le fasce orarie dei singoli giorni: il tasso di frodi raggiunge il picco nelle ore più tranquille, a tarda notte, e diminuisce durante il giorno.

Le indicazioni per proteggere le proprie vendite e i propri clienti

“Malgrado esistano alcuni modelli ricorrenti nel comportamento dei truffatori, come l’elevata velocità di acquisto, la propensione a operare a tarda notte e il desiderio di beni che costano poco o che possono essere consegnati immediatamente, abbiamo scoperto che l’efficacia predittiva di tali modelli varia ampiamente a seconda dell’ubicazione dell’impresa e del truffatore”, ha spiegato Michael Manapat, engineering manager di Stripe responsabile dell’intelligence relativa ai pagamenti e dell’esperienza di pagamento. “Per questo motivo raccomandiamo di usare strumenti antifrode basati sul machine learning che siano stati formati su grandi quantità di dati, in modo che le imprese abbiano la garanzia di mantenere il giusto equilibrio tra la lotta contro le frodi e la massimizzazione dei profitti”.

Pranzo di Natale? No grazie, preferisco andare in vacanza

Il classico pranzo di Natale o il cenone della Vigilia con la famiglia? Anche no, grazie. Gli italiani sembrano cambiare le loro abitudini pure rispetto a una tradizione apparentemente intoccabile come quella del 25 dicembre. Già, perché una nuova tendenza emergente è quella che vede una larga parte di nostri connazionali rinunciare serenamente a panettoni,  pandori e tombolate a favore di una fuga verso mete lontane, possibilmente al caldo. Che l’attesa di Babbo Natale tra le mura domestiche abbia stancato? Oppure che, forse, anche questo ritorno al viaggio sia la conferma che la crisi sia almeno in parte alle spalle? Comunque sia, da un paio d’anni a questa parte le partenze natalizie si sono fatte sempre più massicce.

Valige pronte per un viaggio all’estero

Il trend è il frutto di una ricerca di un portale internazionale di viaggi, momondo, che ha analizzato le ricerche effettuate dagli italiani tra il 27 aprile e il 27 ottobre 2017 per partenze tra il 22 dicembre 2017 e il 2 gennaio 2018. Rispetto all’anno scorso, infatti, il numero di italiani in cerca di un viaggio all’estero per trascorrere le vacanze di Natale è cresciuto del +77%, anche grazie al fatto che quest’anno, con soli 3 giorni di ferie dal lavoro, si può approfittare di ben 11 giorni di vacanza. “I dati emersi dalle nostre ricerche evidenziano una significativa inversione di rotta. Se fino a qualche anno fa i grandi spostamenti si concentravano a cavallo del Capodanno, oggi gli italiani vogliono godersi qualche giorno di vacanza in più e per farlo sono pronti a rinunciare ai tradizionali festeggiamenti di Natale. Le grandi città del mondo e le mete di mare sono le destinazioni preferite che, potendo contare su un periodo sufficientemente lungo di vacanza, guardano sempre più spesso a mete oltreoceano” spiega Clizia L’Abbate, head of markets.

New York la meta più desiderata

La top five delle destinazioni più gettonate per un Natale e un Capodanno “altrove” è guidata dall’inossidabile New York, scenografia di tanti capolavori del cinema e della letteratura, con il suo skyline inconfondibile e le sue famose Avenues. Sul secondo gradino del podio, esattamente agli antipodi, si piazza Bangkok, la “città degli angeli” thailandese che ogni anno conquista un numero sempre maggiore di Italiani. Al terzo e quarto posto, invece, ci sono due capitali europee per eccellenza: Amsterdam e Londra. Nonostante il freddo, il fascino delle due metropoli resta sempre altissimo. Chiude la classifica, alla posizione numero cinque,  Miami, un mix perfetto di sole, spiagge bianche e movida notturna dall’atmosfera latino-americana.

Tasse, avvantaggiate le grandi aziende. Anche quest’anno penalizzate le piccole

Buone notizie sul fronte fiscale solo per le imprese di dimensioni grandi e medie. Per le piccole, peraltro la maggioranza delle aziende presenti sul territorio nazionale, non resta che sperare e attendere l’anno prossimo per una riduzione della pressione delle tasse. I conti li ha fatti l’Ufficio studi della Cgia: se il taglio dell’Ires (Imposta sui redditi delle società di capitali) consente alle società di risparmiare 3,9 miliardi di euro di tasse all’anno, alle piccole e micro imprese, invece, lo slittamento dell’introduzione dell’Iri (Imposta sui redditi) non consentirà di risparmiare almeno 1,2 miliardi di euro di tasse all’anno. Anche se il governo Renzi nel 2016 aveva annunciato di tagliare le imposte sui redditi a tutte le imprese, a distanza di 12 mesi le attività interessate dalla contrazione dell’Ires, infatti, sono state poco meno di 630.000, che costituiscono solo il 13% circa del totale delle aziende presenti nel Paese. Una promessa mantenuta solo in parte, quindi.

L’Iri slitta al 2018

Sempre in base ai dati, quest’anno l’Ires è scesa di 3,5 punti attestandosi al 24%, per le piccole e micro imprese (persone fisiche, società di persone, società in nome collettivo, ecc.) mentre l’introduzione dell’Iri, prevista nel 2017 con un’aliquota del 24%, slitta, secondo la legge di Stabilità, al 2018. La ragione del ritardo? Secondo la Cgia, risiede nella mancanza di copertura finanziaria da parte del Governo. Tuttavia, continua l’associazione, a fronte della contrazione dell’Ires, alle società di capitali è stata ridimensionata l’Ace (Aiuto alla crescita economica). Una misura, quest’ultima, nata qualche anno fa per premiare le imprese che si capitalizzavano. L’impatto economico negativo di questo intervento è di 1,7 miliardi di euro. “Pertanto, agli effetti positivi del taglio dell’Ires (3,9 miliardi) va sottratto il ridimensionamento dell’Ace che, comunque, consente alle società di capitali di ‘guadagnare’ 2,2 miliardi di euro all’anno” riporta l’agenzia AdnKronos.

Buona notizia, addio agli studi di settore

Anche per le microimprese, tuttavia, c’è una buona notizia sul fronte fiscale.Si tratta dell’addio agli studi di settore che verranno sostituiti dagli indicatori di affidabilità economica. “Pur riconoscendo che, rispetto a qualche decennio fa, tra le società di capitali troviamo anche le piccole imprese” ha detto all’AdnKronos il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo “è indubbio che il taglio dell’Ires ha avvantaggiato soprattutto le grandi, in particolar modo quelle appartenenti al settore energetico e a quello minerario. E sebbene la riduzione dell’Ires sia stata in parte bilanciata dall’attenuazione degli effetti positivi dell’Ace, ancora una volta si è prestata attenzione solo alle istanze sollevate dalle imprese di maggiore dimensione, mentre alla stragrande maggioranza delle attività che non pagano l’Ires non è stato riservato alcun vantaggio fiscale”.

La fine di un incubo?

“Per molti lavoratori sarà la fine di un incubo, anche se sarà necessario monitorare il periodo di transizione di questi nuovi strumenti. I nuovi indicatori di affidabilità fiscale che sostituiranno gli studi di settore, infatti, dovranno garantire una riduzione delle tasse e una maggiore semplificazione nei rapporti con il fisco. Altrimenti questa novità servirà a poco. Per questo è determinante che nella fase di gestazione di questi indicatori sia determinate il ruolo delle associazioni di categoria dei lavoratori autonomi, che meglio di chiunque altro conoscono le specificità e le caratteristiche fiscali delle attività interessate da questa novità” conclude Zabeo.

Export italiano, sempre meglio: +7,6% nei primi sette mesi del 2017

Ottime notizie sul fronte dell’export italiano: nei primi 7 mesi dell’anno è cresciuto del 7,6% rispetto allo stesso periodo del 2016. Sono dati del Ministero dello Sviluppo Economico, diffusi durante l’ultima Settimana delle Moda di Milano, altro evento che ha messo a segno performance assolutamente positive.

Un ruolo fondamentale per la ripresa economica

Il nostro export con questi numeri riveste pertanto un ruolo di primo piano nell’attuale fase di ripresa economica. Tra gennaio e luglio l’export italiano è cresciuto in maniera significativa, sia sui mercati più vicini sia in quelli extra-UE. La crescita è diffusa per tutti i raggruppamenti industriali, beni di consumo, durevoli e intermedi, ed è particolarmente accentuata nel settore farmaceutico, oltre che in quello petrolifero e dell’automobile. Tra i mercati,  la Cina si conferma la destinazione più dinamica (+26%), seguita dalla Russia che registra una ripresa a doppia cifra (+23%).

Il commento del sottosegretario allo Sviluppo Economico

“Sono dati che si sposano perfettamente con il clima di vitalità e fiducia  avvertito alla Settimana della Moda di Milano. L’export cresce in risposta ad una ripresa della domanda globale ma è merito delle nostre imprese se riusciamo a imporci sul mercato globale con prodotti sempre innovativi. E tanto nei settori consumer che nei beni d’investimento, come i macchinari, abbiamo bisogno di eventi che riescano a spiegare la qualità e competitività delle nostre filiere. Per questo abbiamo creato il Tavolo della Moda al Ministero e abbiamo lavorato con l’Agenzia ICE perché anche i settori che hanno le loro esposizioni in altre sedi o in altri periodi dell’anno fossero presenti alla Fashion Week milanese. È un successo che dobbiamo alla collaborazione di imprese, associazioni e istituzioni, a cominciare dal Comune di Milano e dalla Camera Nazionale della Moda” ha dichiarato durante la fashion week milanese il Sottosegretario allo Sviluppo Economico Ivan Scalfarotto.

Dal Mise 26 milioni di euro per l’internazionalizzazione

Intanto il Ministero per lo Sviluppo Economico ha rifinanziato il “Piano di Promozione straordinaria per il Made in Italy” con 26 milioni di euro. Uno stanziamento dedicato a sostenere le PMI che intendono avvalersi di temporary export manager per attivare e portare aventi le loro strategie di internazionalizzazione, in un’ottica di sempre maggiore competitività del Made in Italy sui mercati esteri. In particolare, attraverso il voucher le imprese potranno usufruire di contributi a fondo perduto di diversa entità, a seconda delle loro esigenze. Il nuovo deserto ministeriale del 17 luglio 2017, rispetto la precedente edizione, prevede che anche le PMI costituite sotto forma di società di persone possano accedere al voucher per accedere per almeno un anno al supporto di un temporary export manager.

Il caffè, l’ingrediente vincente per tante ricette

Le tante trasmissioni di cucina in TV hanno insegnato che il caffè può essere un ingrediente inedito, ma sicuramente d’effetto, per esaltare il sapore di molti piatti. In effetti il caffè, se sapientemente dosato e utilizzato, è in grado di far risaltare gli aromi di molte ricette, senza per questo rilasciare il suo tipico sapore. Addirittura, il caffè può essere anche conservato e surgelato per poi usarlo per preparare delle ottime salse. Un’altra ottima notizia, specie per chi non va sempre d’accordo con la caffeina, è che durante la cottura il caffè perde la gran parte delle sue proprietà stimolanti. L’unica avvertenza, ovviamente, è quella di scegliere la tipologia di caffè giusta a seconda del piatto che si vuole realizzare: le miscele più delicate, come l’Arabica, vanno benissimo per creare numerosi dessert, dolci, torte, ma anche per i primi piatti. Gli aromi più decisi e più speziati, invece, sono consigliati per preparare piatti a base di carne, dal maiale alla selvaggina, ma la combinazione funziona bene pure con i menù di pesce. Per creare dei manicaretti deliziosi va benissimo anche il caffè preparato con le comode cialde di uso domestico: anche in questo caso, però, conviene scegliere il meglio in termini di qualità, come i prodotti che si possono ordinare sul sito di Cialdamia.

Carni marinate, carni più saporite

Qualche goccia di caffè può essere l’ingrediente “segreto” per preparare marinature gustosissime, ideali per diversi tipi di carne, maiale, vitello, costate. La marinatura – ad esempio a base di senape, limone, zucchero e un pizzico di caffè – può risultare la combinazione perfetta per marinare la carne da grigliare. Spesso, poi, il caffè viene utilizzato per aggiungere un pizzico di sprint alle salse che accompagnano la carne cotta: il top è con carni leggermente grasse, come quella del maiale.

Pesce, abbinamento a sorpresa

Anche se di primo acchito potrebbe sembrare un azzardo, il caffè e il pesce vanno decisamente d’accordo. Il sapore pieno del primo è in grado di esaltare quello delicato del secondo. Ad esempio, prodotti come il tonno e il salmone regalano piacevoli sorprese, in termini di gusto, dopo un’attenta marinatura a base di caffè ed altri aromi “forti”, come l’anice stellato o il peperoncino. Provare per credere.Il caffè, l’ingrediente vincente per tante ricette

 

Legumi e altre verdure

Chi l’avrebbe mai detto che il caffè si sposasse così bene con i legumi? Ad esempio, una punta di caffè regala sapori inaspettati alla zuppe di verdure. E funziona benissimo con i fagioli se cucinati in un intingolo a base di pancetta, cipolla, aglio, vino rosso e, appunto, un cucchiaino di caffè.

Per concludere, dolci e dessert

In questo ambito entriamo nel solco della tradizione. Sono tantissimi i celebri dessert a base di caffè, dai gelati a uno dei capisaldi dell’arte dolciaria italiana come il tiramisù. Però il caffè può essere abbinato anche ad altre spezie – come la noce moscata, i chiodi di garofano o lo zenzero – per dare un gusto ardito a mousse e dolci al cucchiaio. Mentre tra i frutti si sposa benissimo con i mirtilli. Buon appetito.

 

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Sicuri alla guida? Insomma… Il 10% degli automobilisti è recidivo dopo la sospensione della patente

Tanto è stato fatto per sensibilizzare tutti quelli che si mettono al voltante per il rispetto delle regole di sicurezza (e le leggi!), per se stessi e per gli altri. Ma evidentemente resta ancora tanta strada – e non è un gioco di parole – da fare. Ad esempio, il 10% degli automobilisti che si sono visti ritirare la patente per guida in stato di ebbrezza, dopo il fermo obbligato si rimette nuovamente alla alla guida da ubriaco. Questo è solo uno dei dati emersi dall’osservatorio della Fondazione Ania, che raccoglie le principali società di assicurazione italiane e si occupa proprio di prevenzione di incidenti stradali.

Occhiali assenti e cellulari presenti alla guida: un vero pericolo

I rischi sulla strada, però, sono anche tanti altri e decisamente insidiosi. Secondo l’analisi, ad esempio, ben sette persone su dieci (su un campione di circa un migliaio di automobilisti che hanno effettuato una visita medica) ha problemi alla vista, però sale in macchina e guida senza gli occhiali. Altrettanto grave e potenzialmente rischiosissimo l’uso improprio del telefono e delle applicazioni di smartphone o iPad al volante. Gli ultimi dati parlano infatti di un deciso aumento degli incidenti per tamponamento o per fuoriuscita autonoma.

I consigli preziosi per mettersi al volante in sicurezza

Non è sufficiente “sentirsi in buona salute” o dichiarare di “vederci bene anche senza occhiali”. Sulle strade basta davvero poco per mettere a repentaglio la propria incolumità e quella delle altre persone. Proprio per questo la Fondazione Ania ha promosso durante l’estate 2017 una serie di incontri com medici specialisti in grado di dare consigli precisi per evitare comportamenti sbagliati e potenzialmente pericolosissimi. Innanzitutto, per guidare in sicurezza occorre essere in buona salute: vista, udito e sistema cardiocircolatorio devono “stare bene”.

La sicurezza inizia a tavola

Come in tutti gli aspetti della nostra vita, seguire una corretta alimentazione aiuta anche a evitare rischi lungo le strade. Un regime alimentare bilanciato, capace di non appesantire, consente a chi si mette al volante di mantenere intatte le proprie capacità di attenzione e concentrazione.

No, quindi, al consumo di alcolici – anche in dosi minime – prima di accendere l’auto, così come è un toccasana – ma questo sempre – uno stile di vita attivo.

Evitare comportamenti a rischio

La regola generale è di non mettersi in macchina quando le condizioni meteorologiche sono avverse, ovviamente quando possibile. E, naturalmente, è assolutamente vietato guidare in condizioni psicofisiche alterate, ad esempio quando si è sotto l’effetto di droga o alcol. Inoltre, alcuni medicinali potrebbero provocare cali anche gravi dell’attenzione: ecco perché bisogna sempre leggere con attenzione il bugiardino per controllare che la guida non sia controindicata.

Facebook Instant Articles sta funzionando?

Lanciato nel 2014, sembra che Facebook Instant Articles stia disattendendo le attese. È presto per parlare di flop, dell’ennesimo tentativo di raccolta pubblicitaria e monetizzazione fallito. Lo staff di Mark Zuckerberg, tra l’altro, ha già annunciato alcune contromosse che descriviamo sotto. Prima della possibile soluzione, è bene chiarire però quando sono nati gli instant articles e perché non stanno funzionando pienamente.

Instant Articles è un tool di Facebook capace di inserire gli articoli di quotidiani online, siti di news e blog direttamente sul social network: gli articoli, dunque, possono essere letti senza ricorrere a link esterni. Originariamente riservato ai grandi editori statunitensi di news, oggi si è aperto a numero cospicuo di editori in tutto il modo, e l’utente può aprire e leggere le notizie direttamente da mobile, aprendo la app di Facebook. La raccolta pubblicitaria funziona così: Facebook predispone i formati standard per i banner pubblicitari (attualmente uno ogni 500 parole) e lascia la scelta agli editori: possono vendere da soli tali spazi, oppure possono affidare la raccolta a Facebook, incassando in questo caso il 70% della revenue.

Il problema, finora, è che la raccolta pubblicitaria è deludente, o comunque inferiore a ciò che riescono a fare i siti di news. Sembra il classico caso della coperta troppo corta: da un lato Facebook non vuole appesantire la lettura dei contenuti con troppa pubblicità, fedele al connettere l’utente solo con ciò che veramente lo interessa. L’altro lato della coperta è corto perché un solo banner non riesce a raccogliere pubblicità a sufficienza.

Quale è, allora, la contromossa del “servizio di rete sociale” che nel giugno 2017 ha raggiunto la cifra di 2 miliardi di utenti? Semplice, cercare di rendere prezioso il servizio Facebook Instant Articles. Così Facebook Inc. ha rilasciato la notizia che modificherà l’algoritmo del social network, al fine di premiare (in termini di visibilità) quei post i cui link dei siti web si aprono più velocemente. È una notizia che sta già creando scalpore, perché non appena implementata potrebbe portare a un’ondata di restyling dei siti web, per al gioia dei web master.

La scelta di Facebook è basata su solide informazioni di marketing che testimoniano come ben il 40% degli utenti abbandona un sito web se esso non si apre in un arco di tempo inferiore ai tre secondi. Si tratta, insomma, di un aggiornamento teso ad avvantaggiare gli instant articles che, aprendosi direttamente su Facebook, hanno tempi di attesa praticamente nulli.  Una misura che dovrebbe invogliare gli editori a embeddare le notizie su Facebook.

Le strade che possono riportare Ducati in Italia

 

Design inconfondibile, alte prestazioni, rombi impressionanti, avanguardia nella tecnica: Ducati è nell’immaginario collettivo “la rossa” delle motociclette. Solo un aspetto, negli ultimi anni, ha indebolito l’identità di un marchio che a molti appare comunque, per storia, prestigio e prestazioni, come la Ferrari su due ruote: a differenza delle vetture del  “Cavallino”, Ducati non è italiana al 100%. La produzione dei bolidi su due ruote è sempre rimasta a Borgo Panigale, alle porte di Bologna, ma i nuovi proprietari sono dal 2012 quelli di Lamborghini Automobili S.p.A., a loro volta controllati dai tedeschi del Gruppo Volkswagen. Un’acquisizione che sembrava poter garantire continuità finanziaria e industriale a Ducati, almeno fino all’arrivo dello scandalo emissioni che ha sconvolto, dal 2015, i vertici del gruppo di Wolfsburg.

Il Dieselgate a oggi è costato a Volkswagen ben 17,5 miliardi di dollari, ai quali si aggiungeranno 4,3 miliardi di patteggiamento con le autorità giudiziarie Usa. Logico che inizi un ripensamento del perimetro delle attività del Gruppo, insistendo sull’automotive (i marchi Audi, Seat, Skoda, Porsche, Lamborghini e Volkswagen non risultano in vendita) e magari sacrificando Ducati. Ricordando che l’acquisto del 2012 si concretizzò su cifre pari a 860 milioni di euro, la casa di Borgo Panigale secondo indiscrezioni potrebbe ora tornare in mani italiane.

Le piste più accreditate sono due. La prima porta al passato, cioè ai vecchi proprietari della Investindustrial Holdings di Andrea Bonomi, che nel 2007 riportà Ducati all’utile. La seconda apre prospettive inedite, e vedrebbe la discesa in campo del Gruppo Benetton, solida realtà finanziaria italiana che vanta presenze in diversi settori dell’economia. Il Gruppo Benetton presidia, infatti, il settore infrastrutture e immobiliare controllando la società Atlantia. È presente nel settore ristorazione con Autogrill. È nota per l’abbigliamento e la gestione dei marchi Benetton, Sisley, Playlife, Killer e altri ancora. Tralasciando le innumerevoli partecipazioni azionarie in altre società, un controllo totale su Ducati aprirebbe settori dell’economia inesplorati dal Gruppo trevigiano.

Naturalmente, non ci sono solo acquirenti italiani interessati a Ducati, che nel 2016 ha venduto oltre 55.000 moto declinate nei sei modelli prodotti: Scrambler, Diavel, Hypermotard, Monster, Multistrada e Panigale. Accreditati sembrano gli indiani di Bajaj Auto, che hanno già fatto esperienza nel settore motori acquisendo parte di Ktm. Ci sarebbero anche i cinesi di Saic in attesa, con l’obiettivo di creare un polo del lusso con i brand Ducati e Aston Martin. Dagli Stati Uniti si parla anche di un forte interessamento di Harley-Davidson, azienda che di motori se ne intende. Del resto gli Stati Uniti sono il principale mercato, insieme all’Italia, per le moto Ducati.