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Economia circolare: le aziende saranno le “centrali elettriche” del domani

Sostenibilità, competitività, economia circolare: sono queste le sfide a cui si trovano di fronte le imprese globali, e quelle italiane non fanno eccezione. Tanto che tra le aziende tricolori si diffondono sempre più soluzioni alternative per la produzione di energia sul posto: e i luoghi di lavoro si candidano a diventare le ‘centrali elettriche’ del futuro. Lo afferma una ricerca condotta da Centrica Business Solutions su oltre 1.500 aziende in tutto il mondo, intitolata “Distributed Energy Future Trends – Spunti per una crescita sostenibile”.

Il 59% delle aziende è “pronto”

Circa 6 su 10 (il 59% per la precisione) delle aziende intervistate affermano di essere già orientate verso un modello di economia circolare, in cui “il riutilizzo dell’energia dispersa nei processi è considerato come una nuova fonte di energia, nonché un potenziale vantaggio competitivo”. Interessante notare come ci siano stati dei cambiamenti significativi, rispetto all’edizione 2017 dell’analoga ricerca, da parte delle imprese italiane: oggi valutano l’energia sempre meno come un costo da sostenere e sempre più come una risorsa da cui trarre vantaggio. In linea con la media mondiale, l’Italia si fa portavoce di una maggior indipendenza dalla rete per essere resilienti (25%, +10 punti percentuali rispetto al 2017) di fronte alle eventuali interruzioni dell’alimentazione. In leggera crescita (14%) anche chi considera l’energia come una risorsa in grado di generare entrate e vantaggi competitivi e desidera aumentare l’uso di tecnologie energetiche intelligenti per sbloccarne valore. Questo cambiamento nel modo di vedere l’energia da parte delle aziende comporta una più ampia popolarità delle soluzioni di efficienza energetica. Nel complesso, in Italia si registrano significativi aumenti in tutte le categorie del mix di tecnologie/soluzioni energetiche (42%, +15 pp rispetto al 2017): nello specifico le misure di efficientamento energetico (34%, +13 pp rispetto al 2017), con particolari progressi nell’adozione di soluzioni di illuminazione e isolamento, i sistemi di gestione intelligente dell’energia (21%, +7 pp) e le soluzioni di generazione di energia (19%, +5 pp), come ad esempio il solare o la cogenerazione.

Maturità energetica, progressi significativi

In crescita anche la maturità energetica delle aziende italiane, misurata in base all’approccio strategico che le aziende dedicano all’energia. La ricerca mostra, infatti, un piccolo aumento della percentuale di imprese con una strategia energetica, sia formalizzata (30%, +2 pp vs 2017) che non formalizzata (40%, +3 pp). Tuttavia, queste imprese mostrano di aver fatto un buon percorso nel renderla più dettagliata, con piani specifici, obiettivi misurabili e budget dedicati (67%), allineandosi, così, alla media mondiale. Inoltre, il 27% delle aziende dichiara di avere piani per l’implementazione di una strategia energetica nel prossimo futuro.

1 azienda su 8  è ‘sostenibile’

Solo un’impresa su 8 nella ricerca di Centrica (12% in Italia, 13% nel mondo) ottiene buoni risultati sui criteri di sostenibilità aziendale, con il 19% classificato come superiore alla media su 8 caratteristiche scelte per definire il ‘business sostenibile’. Anche in questo caso, si registra la prova del progresso negli atteggiamenti verso la gestione dell’energia, nonché un avanzamento nella strategia energetica e della relativa attuazione. Assumendo un punto di vista settoriale, in particolare, il Manifatturiero registra le migliori performance (18%) a livello mondiale, seguito dal comparto Viaggi, Turismo e Ospitalità (16%) e dal Retail e Commercio all’ingrosso (13%).

Condividere le infrastrutture energetiche per il futuro

Tra i trend individuati nell’indagine di Centrica, spicca la volontà delle aziende più evolute dal punto di vista della sostenibilità di collaborare per condividere le infrastrutture energetiche. L’87% di queste, infatti, ammette la possibilità di consentire alle aziende vicine di usare i propri asset energetici e il 70% afferma che ha senso collaborare con i siti vicini per sviluppare sistemi o micro-reti di energia locali. Il 32%, inoltre, prevede di poter collaborare con altre aziende che generano energia per fornire supporto aggregato e capacità extra alla rete nei prossimi cinque anni.

Libra, la moneta di Facebook, arriverà nel 2020

Facebook lo conferma, nel 2020 lancerà la sua moneta virtuale, Libra. Con la sua moneta Facebook aspira “a rendere facile per tutti inviare e ricevere soldi proprio come si usano le nostre app per condividere istantaneamente messaggi e foto”, scrive il fondatore e Ceo di Facebook, Mar Zuckerberg, in un post sul social network.

Il denaro mobile secondo Zuckerberg aumenta la sicurezza,  e “questo è particolarmente importante per le persone che non hanno accesso alle banche tradizionali”. Anche perché, ricorda il Ceo di Facebook, “ci sono circa un miliardo di persone che non hanno un conto in banca, ma hanno un cellulare”.

Un portafoglio digitale disponibile su WhatsApp, Messenger e come app

Il progetto Libra vede l’adesione di una trentina di realtà, da Visa e Mastercard a PayPal, da Uber a Spotify agli operatori telefonici Vodafone e Iliad. Zuckerberg ha anche annunciato la sussidiaria indipendente Calibra, che darà vita a servizi per inviare, spendere e conservare Libra. I servizi inizieranno con un portafoglio digitale che sarà disponibile su WhatsApp, Messenger e come app a sé stante. Che da subito “consentirà di mandare Libra a chiunque ha uno smartphone”, gratis o a basso costo, aggiunge Zuckerberg, precisando che “Calibra sarà regolato come altri fornitori di servizi di pagamento”.

Le autorità mondiali non sono convinte

“Nel tempo speriamo di offrire più servizi alle persone e alle imprese, come pagare le bollette con un tasto, acquistare il caffè con la scansione di un codice o usare il trasporto pubblico locale senza dover portare contanti o una tessera”, ha aggiunto Zuckerberg.

Insomma, inviare denaro sarà facile come inviare una foto. E i pagamenti saranno sicuri anche senza avere un conto in banca, riporta Ansa. Libra però non convince le autorità mondiali. Dal Financial Stability Board alla Fed passando per la Financial Conduct Authority, è un coro di scetticismo. La cripotvaluta di Facebook ha bisogno di un esame attento, perché una sua introduzione comporterebbe da subito un ampio e diffuso uso a differenza del Bitcoin che, pur se in ascesa da anni, non è ancora arrivato al grande pubblico.

Test previsti a partire dall’anno in corso

In ogni caso, il lancio di Libra dovrebbe avvenire nel 2020, ma i test sono previsti già a partire dall’anno in corso. Quello che è certo, riporta macicynet, è che la moneta di Facebook sarà una stablecoin, ovvero un token il cui valore sarà legato direttamente a quello di una o più valute fiat, questo per evitare le enormi fluttuazioni che caratterizzano il mercato delle criptovalute.

Le 5 truffe sul cellulare, come riconoscerle ed evitarle

Secondo il Rapporto Digital 2018 l’Italia è il terzo Paese al mondo per “hackeraggio” di telefoni cellulari, alle spalle solo di Corea del Sud e Hong Kong. La criminalità cerca infatti di mettere in atto truffe di vario tipo, da quella del sì ai numeri da non richiamare mai, fino al trucco della tariffa che raddoppia. E Facile.it ha creato un vademecum in 5 punti da usare come scudo contro i malintenzionati.

Il funzionamento della cosiddetta truffa del sì, ad esempio, è tanto semplice quanto pericoloso. Generalmente si riceve una telefonata proveniente da un numero con prefisso telefonico italiano. Non appena si risponde, chi ha chiamato chiederà se siamo il signor Tal dei Tali, ma rispondendo sì, tramite un’attività di montaggio audio, quel sì diventa la risposta a domande in realtà mai poste, e usate per certificare la richiesta all’abbonamento a qualche servizio a pagamento.

I numeri da non richiamare

Un modo semplice per difendersi dalla truffa del sì è quello di dotare il telefono di un identificativo di chiamata. Oppure alla fatidica domanda meglio articolare la risposta, e dire qualcosa del tipo: “Mi chiamo così” oppure “Sono io”.

Un altro genere di truffa molto diffusa è quella legata alle chiamate ricevute da numeri sconosciuti. Il meccanismo è il seguente: si riceve una telefonata da un numero sconosciuto e nel momento stesso in cui rispondiamo, il truffatore fa cadere la linea. L’intenzione è quella di spingere la preda a richiamare e prosciugarle il credito telefonico, addebitando sul suo numero costi a dir poco esorbitanti per la chiamata.

L’aiuto più importante per non cascare in questo inganno arriva dal web, riporta Adnkronos, dove bastano pochi secondi per verificare se il numero sia già segnalato come origine di frodi.

Gli abbonamenti estorti con l’inganno

Milioni di italiani poi sono già caduti nella trappola degli abbonamenti fasulli, ritrovandosi iscritti, a loro insaputa, a servizi a pagamento attivati dopo aver navigato su un sito o dopo aver cliccato, su un banner. Il più delle volte ci si accorge della frode solo dopo l’esaurimento del credito telefonico o, comunque, dopo che ce ne è stata sottratta una quantità notevole.

Se è semplice cadere nella trappola, però, è altrettanto semplice uscirne o, addirittura, evitare di finirci. Basta richiedere al proprio operatore il blocco totale dei cosiddetti servizi a pagamento. E contattare il proprio operatore perché proceda anche al riaccredito di quanto tolto senza autorizzazione.

La tariffa che raddoppia e i falsi messaggi su Whatsapp

Lo schema è sempre lo stesso; il cliente viene contattato con una telefonata e l’operatore, che sa quale sia l’azienda di telefonia mobile con cui la vittima ha un contratto, lo informa che proprio quella compagnia sta per aumentare di molto i costi o che ha avuto gravi problemi alle infrastrutture. Per metterlo al riparo da questi rischi o scusarsi dei fastidi arrecati, è però in grado di offrirgli una nuova tariffa, con un altro operatore. Ovviamente è una trappola. E se la maggior parte di noi ormai è abituata a non fidarsi di email che ci invitano a cliccare su un link per inserire dati privati o di pagamento, lo stesso schema oggi viaggia su un altro canale: i messaggi istantanei sul cellulare o su Whatsapp. Non abituati a dubitare di quello che ci arriva in questo modo, troppo spesso abbiamo le difese abbassate. E altrettanto spesso cadiamo in trappola.

Microsoft e The Talent Institute insieme per fabbricare talenti digitali

Microsoft e The Talent Institute, la “fabbrica di talenti digitali” di Startupbootcamp, il network mondiale di accelerazione di startup, siglano una partnership per la formazione dei cosiddetti Growth Hackers, gli hackers della crescita. Il progetto ha l’obiettivo di formare le competenze tecniche e analitiche di questi professionisti del digital marketing, e renderli capaci di far leva su tutti gli strumenti digitali, social media, motori di ricerca, siti e app, per accrescere il business delle aziende. Come? Moltiplicando clienti e ricavi, riducendo i costi ed eliminando gli “sprechi”.

Di fatto la collaborazione si traduce nel Growth Hacking Training Program, un corso di apprendistato digitale che inizierà a giugno 2019 a Milano, prima città pilota dell’iniziativa, a cui seguiranno una città del centro e una del sud Italia.

Un corso di sei mesi fra lezioni in aula ed esperienze dirette all’interno di startup

Se da un lato l’innovazione tecnologica può costituire un motore per la crescita socio-economica del Paese dall’altro, per coglierne il potenziale, è necessario puntare sulle competenze riducendo lo skills mismatch, ovvero il divario tra le competenze disponibili e quelle richieste dal mercato del lavoro.

Durante il corso, che durerà sei mesi, gli studenti selezionati alterneranno lezioni in aula a esperienze dirette all’interno di startup e aziende partner. Un approccio che da sempre caratterizza The Talent Institute e si è dimostrato efficace nel preparare professionisti qualificati. Tanto che il 95% di chi ha partecipato al training in seguito ha trovato un’occupazione nel giro tre mesi.

Il bisogno trasversale di trasferimento di competenze

“In questo mondo a rapidissima evoluzione dobbiamo evolvere in primis il modello formativo – spiega Alceo Rapagna CEO di Startupbootcamp, Innoleaps e The Talent Institute Italia – passando dall’aula al training-on-the job e accelerando così il trasferimento di competenze”. E a dimostrazione del bisogno trasversale di nuovi hacker della crescita le imprese già interessate al programma sono diverse, e comprendono startup come Eatsready, imprese del design (Bonacina 1889), grandi aziende (Purina), società di servizi tecnologici (Sopra Steria), e operatori nel campo della formazione, come Elis.

Obiettivo, raggiungere oltre 2 milioni di giovani in tutta Italia entro il 2020

L’iniziativa rientra nel programma Ambizione Italia, progetto di ecosistema avviato da Microsoft che sfrutta le opportunità offerte dall’Intelligenza Artificiale e punta sulla formazione avanzata per accelerare la trasformazione digitale in Italia. Il progetto si traduce in un articolato programma di formazione, aggiornamento e riqualificazione delle competenze, in linea con i nuovi trend tecnologici e le richieste del mercato del lavoro. L’obiettivo è di raggiungere oltre 2 milioni di giovani, studenti, NEET e professionisti in tutta Italia entro il 2020, contribuendo così all’occupazione e alla crescita del Paese

Whatsapp mette il contatore alle bufale online

Whatsapp dichiara guerra alle bufale, e in seguito alle pressioni provenienti da diversi Paesi e istituzioni, sviluppa un contatore che indica quante volte un messaggio è stato re-inoltrato e una funzione per la verifica delle immagini. Tutti e due gli strumenti sono già disponibili nella versione sperimentale dell’app, la versione beta. App di messaggistica e social network sono diventate veicolo di migliaia di contenuti fuorvianti. A partire dagli Stati Uniti, che con le elezioni presidenziali del 2016 hanno vissuto il momento di maggiore crescita della disinformazione, mentre negli ultimi mesi si osserva un incremento nella diffusione di fake news e catene caratterizzate da contenuti d’odio, soprattutto in India, dove si sono verificati 13 linciaggi, tutti riconducibili a campagne d’odio veicolate attraverso l’app di messaggistica di proprietà di Facebook.

Un contatore indica quante volte è stato inoltrato un contenuto

“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà verità”: qualsiasi notizia falsa a furia di essere ripetuta può diventare credibile, e in seguito, creduta. Per questo motivo Whatsapp vuole inserire una funzione che consentirà di vedere quando un messaggio è stato inoltrato frequentemente. In particolare, se è stato condiviso almeno cinque volte. L’utente potrà quindi sapere se il contenuto che ha condiviso è stato inoltrato anche da altri utenti, e un apposito contatore indicherà quante volte. La funzione potrebbe servire per incoraggiare i più responsabili a pensare attentamente prima di rendere virale un’informazione, aiutandoli a controllarne prima l’affidabilità.

La funzione per il controllo delle immagini

Il team di Whatsapp, riporta Agi, ha anche sviluppato una funzione che consente di cercare automaticamente un’immagine attraverso il motore di ricerca Google Immagini, così da individuarne di simili. Questo strumento può essere molto utile nel caso di fotomontaggi: verificando l’origine dello scatto l’utente può controllare se ne esistano versioni differenti. Un esempio tipico è quello in cui alcuni manifestanti vengono ritratti con dei cartelli in mano. Simili scatti sono stati spesso utilizzati da propagatori di false notizie per inserire messaggi fuorvianti sui cartelli, inducendo l’osservatore a credere a notizie per lo più orientate contro alcuni gruppi o etnie.

Un atteggiamento critico

Troppo facilmente si tendono a condividere informazioni false o pretestuose solo perché confortano le nostre opinioni. Ma a una censura preventiva dei contenuti sarebbe preferibile un atteggiamento critico nei confronti delle notizie, e un maggiore rigore nella scelta di ciò che viene condiviso sui profili social. A questo deve seguire lo sforzo delle aziende tecnologiche per limitare la diffusione di notizie false e di un atteggiamento aggressivo sulla rete.

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Cresce l’avversione per i viaggi di lavoro nei Paesi poco sicuri

Meglio non partire per un viaggio d’affari in Paesi considerati rischiosi. Nell’ultimo anno il 19% dei business traveller italiani e il 17,6% di quelli europei afferma di avere vissuto situazioni pericolose durante i viaggi di lavoro. E il 50% di chi deve viaggiare per lavoro dichiara di considerare l’idea di partire poco gradita. Se gli avvertimenti dei Ministeri del turismo dei Paesi europei venissero presi alla lettera ciò denoterebbe una situazione preoccupante per i business traveller su scala globale. Si evidenziano, ad esempio, diversi pericoli in Turchia, dai disastri naturali al furto di passaporti, mentre i viaggiatori diretti in Cina vengono messi in guardia per controversie commerciali che possono portare all’arresto.

Un business traveller su cinque non “si fida” del proprio datore di lavoro

Si tratta dei dati della ricerca Concur Locate Research condotta da SAP Concur, che ha analizzato le abitudini di viaggio di 1050 business traveller italiani e 7395 a livello europeo nel corso del 2018. La preoccupazione riguardante i viaggi si può facilmente spiegare se si tiene conto che in Italia un business traveller su cinque (il 21,5%) ritiene che il proprio datore di lavoro non sarebbe in grado di fornire alcun supporto in caso di grave pericolo. Le organizzazioni non sarebbero dunque in grado, secondo gli intervistati, di comunicare in modo tempestivo in situazioni di pericolo o riportare in patria i propri dipendenti.

I datori di lavoro devono applicare le migliori procedure di sicurezza possibili

Il 39,4% dei viaggiatori italiani ritiene però che la propria società si stia impegnando in modo serio verso un miglioramento delle proprie policy in materia di viaggi di lavoro, mentre il 22% ritiene che la propria organizzazione si mantenga neutra sul tema. In ogni caso, i datori di lavoro devono applicare le migliori procedure di sicurezza possibili per i propri dipendenti. Se dovessero fallire nei doveri di diligenza imposta alle organizzazioni, si avrebbero ripercussioni sia nell’attrarre sia nel trattenere i talenti all’interno delle aziende stesse.

Le organizzazioni hanno bisogno di soluzioni tecnologiche per tracciare eventuali minacce

“Senza le giuste tecnologie le organizzazioni lascerebbero i loro dipendenti completamente alla cieca mentre sono in viaggio all’estero, senza sapere dove siano in un determinato momento – commenta Massimo Tripodi, Country Manager di Sap Concur Italia -. Le organizzazioni hanno bisogno di una soluzione che riesca ad avere traccia delle eventuali minacce, e che permetta loro di localizzare, contattare e offrire assistenza ai loro dipendenti in caso di situazioni pericolose”. Che si tratti di una perdita del passaporto, di un’emergenza sanitaria, o di fatti gravi come i disastri naturali.

Ogni minuto spesi in e-commerce 900.000 dollari

Quasi 900.000 dollari al minuto: è la cifra spesa in e-commerce a livello mondiale. Ogni minuto inoltre vengono scaricate 375 mila app: lo affermano i dati ricavati da Cefriel analizzando i circa 3 quintilioni di byte, una cifra da 18 zeri, che vengono generati ogni giorno su Internet. Un numero di dati talmente elevato, osserva Cefriel, la società partecipata da università, imprese e pubbliche amministrazioni che realizza progetti di innovazione digitale e formazione, che non può essere ignorato dalle aziende.

187 milioni di email, 38 milioni di messaggi Whatsapp, 18 milioni di sms

Analizzando i cosiddetti Big Data che compongono la cifra si trovano ad esempio i dati derivanti da mobile e interazione tra persone, tra cui le 187 milioni di email, i 38 milioni di messaggi Whatsapp, i 18 milioni di sms scambiati ogni minuto. Non solo: sempre in un minuto i video realizzati su Sanpchats toccano i 2,4 milioni, i login su Facebook arrivano a 973 mila, i tweet inviati sono 481 mila e gli scroll su Instagram fino a 174 mila. Sono rilevanti anche i dati generati da sistemi embedded, che passeranno da meno del 2% di soli 5 anni fa ad oltre il 10% del totale dati disponibili.

Quasi il 90% dei dati è stato creato negli ultimi due-tre anni

“Negli ultimi due-tre anni è stato creato quasi il 90% dei dati disponibili ad oggi, e questa enorme quantità può essere utilizzata per incrementare l’efficienza delle aziende, migliorare la relazione con i clienti e creare nuove opportunità di business, raggiungendo nuovi clienti e conquistando nuovi mercati”, spiega Francesco Mapelli, responsabile della practice di Advanced Analytics di Cefriel. Partendo dai dati stessi è stato infatti possibile aumentare del 20% le performance di up/cross selling, migliorare del 25% la profilazione del target, definire meglio la stima del rischio per diminuire del 30% il pericolo sul credito dei clienti, aumentare del 10% le performance di acquisizione dei prospect e aumentare del 30% il costo per contatto in caso di una pubblicità iperprofilata.

La corretta analisi dei Big Data porterà alla creazione di nuove professioni

Secondo Cefriel la corretta analisi dei Big Data, riferisce Askanews, porterà anche alla creazione di nuove professioni che dovranno raccogliere, catalogare e tradurre in opportunità di business gli oltre 40Zetta Byte (cifra con 21 zeri) che sono oggi a disposizione. Mentre altre professioni oggi esistenti si stanno riconfigurando su nuove competenze, assumendo un ruolo sempre più importante.

Scoperto Collection #1, il database con le mail rubate dagli hacker

È il più grande archivio di e-mail e password rubate nella storia, una master list degli hacker con dati rubati a milioni di utenti. Si chiama Collection #1, ed è un gigantesco database da oltre 87 Gb con più di 12.000 file, in cui sono raccolti 773 milioni di indirizzi e-mail e quasi 22 milioni di password.  Lo rende noto l’esperto in sicurezza Troy Hunt, a capo del servizio Have I been pawned? (Sono stato bucato), con cui si può verificare se i propri account sono stati compromessi.

I dati parlano di circa 2,7 miliardi di indirizzi mail e password

Questa lunghissima lista nasce dall’unione di elenchi minori ed è stata resa disponibile da sconosciuti tramite il sito di file sharing Mega. In realtà i numeri riportati da Hunt sul proprio sito non rappresentano la reale portata del fenomeno, visto che sono stati ripuliti da doppioni e file inutilizzabili. I dati grezzi infatti parlano di circa 2,7 miliardi di indirizzi mail e password, fra cui un miliardo di e-mail e relative password combinate.

Una collezione casuale di siti per i cybercriminali

Sebbene i dati provengano da diverse violazioni avvenute nel corso degli ultimi anni, la notizia riaccende l’allarme sulla necessità di cambiare le password delle proprie caselle di posta elettronica con una certa frequenza.

“Sembra una collezione completamente casuale di siti, fatta esclusivamente per massimizzare il numero di credenziali accessibili agli hacker – dichiara Hunt a Wired -. Non c’è uno schema, solo la ricerca di massima esposizione”. Anche perché il nome stesso, Collection #1, potrebbe far pensare a nuovi elenchi del telefono per hacker in un prossimo futuro.

Come fare per sapere se si è stati hackerati 

Per sapere se si è stati hackerati basta cliccare sul sito Have I been pawned? e digitare la propria mail o la propria password.

Gabriele Faggioli, responsabile dell’Osservatorio Information e Privacy del Politecnico di Milano e Ceo della società di sicurezza P4I, consiglia agli utenti di cambiare subito la password. “È evidente che la cosa spiacevole è che chiunque possa andare a sfrugugliare dentro email altrui – dice l’esperto – gli utenti devono però avere regole di comportamento minimo sulla sicurezza online, come cambiare spesso le proprie credenziali di accesso e non usare le stesse per tutti i siti. E anche non lasciare sul cloud e nella rete materiale che si ritiene possa vere una incidenza negativa per la propria persona come quello pornografico”.

I Millennial europei chiedono salario minimo e lotta al gender gap

I Millennial europei si aspettano molto di più dall’Unione, soprattutto per quanto riguarda le  politiche di welfare sociale, come il salario minimo. A sei mesi dalle Elezioni del Parlamento Europeo del 2019 sembra che i giovani ritengano di primaria importanza l’esistenza di una solida rete sociale di sicurezza. Secondo il sondaggio Millennial Dialogue, condotto su un campione di oltre 10 mila giovani intervistati tra il 27 agosto e il 3 settembre 2018, il 52% dei Millennial è convinto che la lotta alla povertà e la riduzione delle disuguaglianze socioeconomiche debbano essere tra le priorità della UE.

E una schiacciante maggioranza di questa fascia della popolazione, l’83%, sostiene che la UE debba assicurare un salario minimo per tutti i lavoratori.

Più sostegno finanziario per le nascite, e riduzione delle differenze di genere

L’81% di loro, inoltre, vorrebbe più sostegno finanziario per le nascite, e il 47% è convinto che ridurre le differenze salariali e pensionistiche tra donna e uomo sia il modo migliore per affrontare il problema delle disuguaglianze di genere.

Queste priorità dimostrano come i Millennial siano determinati a impegnarsi nel dibattito politico. Più della metà, il 53,5%, ritiene che la UE abbia intrapreso la strada sbagliata, e il 58% è convinto che altre nazioni seguiranno l’esempio di Brexit e lasceranno l’Unione. Un dato allarmante per tutta la classe politica.

A favore di un esercito europeo unico

Il 79,8%, però, afferma di credere fermamente nei valori della UE, e il 54,7% dichiara di essere a favore della creazione di un esercito europeo unico, argomento spesso ritenuto tabù dalla politica, riporta Ansa. L’89,5% dei Millennial vorrebbe poi che i politici comunicassero meglio le attività portate avanti dalla UE. Di fatto, a fronte di una affluenza totale del 42,5%, solo il 27% dei giovani compresi tra i 18 ed i 24 anni ha votato alle elezioni del 2014. L’esito del sondaggio suggerisce quindi che i Millennial abbiano rinunciato al proprio diritto di voto per una mancanza di rappresentanza generazionale da parte della classe politica.

Il cambiamento climatico è una priorità per il 40% dei Millenial

Il sondaggio mostra poi come i Millennial non condividano le stesse priorità dei governi nazionali o delle istituzioni europee. Quando è stato chiesto quali fossero i problemi più impellenti per la UE, le risposte sono state: povertà e disuguaglianza (52%), cambiamento climatico (40%),  crisi migratoria (33%) e corruzione (32%).

Il The Millennial è uno dei più grandi sondaggi mai svolti in Europa. Ha raggiunto 10,000 persone in 10 diversi paesi che da soli valgono il 78% della popolazione europea, Francia, Germania, Polonia, Grecia, Spagna, Italia, Ungheria, Svezia, Belgio e Portogallo. Lo studio è stato commissionato da FEPS in collaborazione con ThinkYoung ed è stato supportato da tre business partner, Coca-Cola, BCW (Burson Cohn & Wolfe) e Microsoft.