Gli italiani vogliono comprare o affittare case efficienti

Gli italiani vogliono comprare e affittare case efficienti dal punto di vista energetico e sono a favore di nuove misure per rendere gli edifici più sostenibili.
Un sondaggio di YouGov, realizzato per la Fondazione Europea per il Clima (European Climate Foundation), rivela infatti che a essere molto apprezzate dagli italiani sono le case efficienti dal punto di vista energetico, perché ‘tagliano’ le bollette e sono migliori per l’ambiente. Inoltre, sia gli affittuari sia i proprietari di case sono d’accordo sulla necessità di una regolamentazione volta a ridurre l’impatto degli edifici sul cambiamento climatico.
Secondo il 95% degli intervistati è infatti importante comprare o affittare una proprietà che sia efficiente dal punto di vista energetico, tuttavia il parco immobiliare attuale non soddisfa questa domanda. Tanto che il 65% degli intervistati afferma che non sono molte le proprietà efficienti disponibili sul mercato.

Un vantaggio per l’ambiente che riduce le bollette

Avere una casa ad alta efficienza energetica rappresenta un vantaggio per l’ambiente (44%) e riduce le bollette energetiche (43%). L’85% poi sosterrebbe una politica volta a fare in modo che tutte le nuove abitazioni siano ad alta efficienza energetica e con sistemi di riscaldamento non alimentati da combustibili fossili o biomasse non sostenibili. E il 72% è a favore di una politica che introduca standard minimi di prestazione energetica per gli edifici.
Tale politica aiuterà a combattere il cambiamento climatico (66%) e protegge da possibili rincari in bolletta (61%). E se secondo l’88% gli Attestati di Prestazione Energetica, i documenti che sintetizzano la prestazione energetica di un immobile, sono utili, il 54% sostiene di trovare poca o nessuna informazione sull’efficienza energetica degli edifici da poter esaminare.

La nuova Direttiva Ue sull’efficienza energetica degli edifici

Il sondaggio è stato pubblicato poche settimane dopo la presentazione della nuova Direttiva Ue sull’efficienza energetica degli edifici. La proposta include l’introduzione di nuovi standard minimi di prestazione energetica a livello Ue, che richiederebbero di riqualificare entro il 2033 gli edifici con classe energetica F e G. Inoltre, la direttiva propone che a partire dal 2030 tutti i nuovi edifici debbano essere a emissioni zero, cioè consumare poca energia ed essere alimentati da fonti rinnovabili.
Bruxelles propone lo stop a incentivi per le caldaie a gas dal 2027 e l’eliminazione dei combustibili fossili nel riscaldamento entro il 2040.

Accelerare la dismissione graduale delle caldaie fossili

“Per centrare gli obiettivi europei di riduzione del 55% in dieci anni – afferma il direttore scientifico di Kyoto Club, Gianni Silvestrini – serve puntare sulla decarbonizzazione del sistema energetico italiano anche attraverso la graduale rottamazione dei dispositivi di riscaldamento a metano, gpl e gasolio. E serve farlo al più presto. Per questo Kyoto Club e Legambiente – continua Silvestrini – chiedono di accelerare la dismissione graduale delle caldaie fossili e sostengono di seguire l’esempio del Regno Unito, indicando il 2025 come data per vietare l’installazione degli impianti di riscaldamento inquinanti”.

Come cambia l’uso del web con la pandemia?

I dati di misurazione dell’Audience digitale di Comscore evidenziano come l’accelerazione nell’utilizzo della rete impressa dall’emergenza sanitaria nel 2021 si sia stabilizzata. Negli 2021 sono 40,9 milioni gli italiani che ogni mese si connettono a Internet, per un tasso di penetrazione del 75% sulla popolazione maggiorenne (+6% rispetto al 2019), ma ancora lontano dai livelli dei Paesi digitalmente più evoluti (USA 91%, UK 86%).  Dall’analisi degli andamenti mensili emerge come i picchi di utilizzo abbiano coinciso con le varie fasi di recrudescenza del virus e intensità delle misure di contenimento. L’impatto della pandemia si manifesta infatti nella crescita delle audience online sulle categorie di contenuti più direttamente collegate all’emergenza sanitaria e al lockdown.

Covid-19, un fattore di accelerazione per funzioni di pubblica utilità

Rispetto al 2019 si registrano incrementi del 53% degli utenti unici della categoria Government, +48% Education, e +29% Health. I livelli di utilizzo hanno raggiunto rispettivamente il 56%, il 64% e l’86% di penetrazione. Il Covid 19 si è quindi rivelato un fattore di accelerazione dell’utilizzo di Internet per funzioni di pubblica utilità e nel rapporto con la PA, con un impatto più marcato sulle generazioni mature. Considerando il valore medio dei primi undici mesi del 2021 gli italiani trascorrono in rete 2 ore e 37 minuti al giorno (+12% rispetto al 2019). I giovani (18-24 anni) passano su Internet 3 ore e 17 minuti al giorno, quasi un’ora in più rispetto agli over 45 (2 ore e 25 minuti). La maggior parte del tempo di connessione avviene attraverso le mobile App, su cui si trascorre il 75% del tempo speso online (+8% rispetto al 2019).

Il fenomeno dell’Appification

Si manifesta quindi il fenomeno dell’Appification nella fruizione di Internet, con conseguenze importanti sulle dinamiche di sviluppo e sugli equilibri di mercato. Le prime 10 app per penetrazione sul mercato italiano sono tutte di proprietà di Facebook, Google e Amazon, e rappresentano il 58% del tempo totale speso in App. L’analisi della crescita delle diverse tipologie di App in termini di audience è esplicativa delle fasi d’evoluzione della pandemia.  Le prime tre App in termini di aumento degli utenti unici mensili sono soluzioni di videoconferenza (Teams, Zoom, Google Classroom), mentre quella con la crescita più forte nei primi undici mesi del 2021 è l’AppIO.

Dieta mediatica e variabile generazionale

Un altro fenomeno emergente è la progressiva polarizzazione e differenziazione delle diete mediatiche rispetto alla variabile generazionale.
Il dato medio sul totale popolazione vede la televisione ancora prevalente (76%), ma analizzando l’articolazione socio-demografica si osservano notevoli differenze. Nel segmento 18-24 anni la componente digital è prevalente (65%) con la categoria intrattenimento dominata dai provider di video online, che pesa per un 30% a fronte del 35% della televisione. Il peso della televisione cresce proporzionalmente all’aumentare dell’età, fino a raggiungere l’84% nel segmento over 45. 

Gli italiani hanno paura dei furti in casa durante le Feste

Quattro italiani su 10 ne sono convinti: durante le festività natalizie è probabile subire un furto in casa. Almeno 1 su 2 tra i loro conoscenti è già stato derubato in questo periodo, e il 14% degli italiani racconta di avere subito, in passato, un furto in casa proprio durante l’assenza per le vacanze. Si tratta di alcuni risultati di un sondaggio condotto da Verisure, multinazionale di allarmi monitorati, che ha voluto indagare come gli italiani si stanno preparando alle partenze natalizie e quali sono i timori in vista di lasciare l’abitazione per le vacanze di Natale. Di fatto, prima di partire gli italiani pensano di potenziare le misure di sicurezza domestiche. E se il 39% di loro le ha già aumentate a ridosso di vacanze precedenti, il 36% pensa di farlo in occasione delle festività natalizie 2021.

Subire un’intrusione in casa mentre si è assenti è la paura più grande

Per il 44% degli intervistati la paura più grande è subire un’intrusione in casa. Ma non si tratta di semplice timore: 4 su 10 ritengono sia davvero probabile possa accadere, il 6% in più rispetto l’anno scorso. Gli italiani pensano infatti che la pandemia abbia influito su criminalità e delinquenza: se nel 2020 lo pensava il 72% nel 2021 è d’accordo il 78%. Tra le conseguenze della pandemia per gli italiani l’incremento di furti in casa è era segnalato dal 30% nel 2020 e dal 34% nel 2021.

Il 48,3% conosce almeno una persona che ha subito un furto durante le festività

Non si tratta però solo di una percezione. La paura di subire un’intrusione in casa trova fondamento in quanto si tratta di qualcosa vissuto in prima persona o attraverso il racconto di conoscenti: il 48,3% degli italiani conosce almeno una persona che ha subito un furto durante le festività. Ma oltre alla paura di subire furti nella propria abitazione, completano il podio il timore di lasciare il gas aperto (12%) e la paura che avvenga un corto circuito (10,7%), uno dei fattori che potrebbero causare un incendio domestico. Ma esiste, riporta Askanews,  anche il timore di trovare la propria casa occupata da estranei: il 16% degli italiani pensa che ciò sia estremamente probabile.

Proteggere la casa con l’allarme, grate alle finestre e telecamere 

Quali misure gli italiani ritengono efficaci per proteggere la propria casa? Per il 43% l’allarme è la misura di sicurezza più efficace, tanto che il 35% ne ha già uno, e nel 65% dei casi la metà lo installerà entro l’anno. Al 2° posto, tra le misure di sicurezza, gli italiani ritengono importanti le grate alle finestre (14,5%) e le porte blindate (14,5%), mentre al 3° posto le telecamere di videosorveglianza (14%), +4% rispetto al 2020. Secondo gli intervistati un allarme efficace deve essere un mix tra telecamere di videosorveglianza (67%), connessione a una Centrale Operativa (47%), e sensori perimetrali (46%).

Aumentano gli incidenti di sicurezza legati ai ransomware

Dalla Kaspersky’s Story of the Year: Ransomware in the Headlines, emerge che i ransomware sono stati protagonisti assoluti del panorama di cybersecurity del 2021, con attacchi rivolti persino a gasdotti e servizi sanitari nazionali. Da gennaio a novembre 2021 quasi un incidente di sicurezza su due, ovvero quasi il 50% di tutte le richieste di Incident Response (IR) gestite dal Global Emergency Response Team (GERT) di Kaspersky, è collegato a un ransomware, con un incremento di quasi il 12% rispetto al 2020. E in Italia nei primi 11 mesi del 2021 il numero totale degli attacchi ransomware mirati è quasi raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, aumentando dell’81%.

Minor numero di attacchi ma rivolti a organizzazioni di alto profilo

Gli operatori di ransomware hanno perfezionato il loro arsenale concentrandosi su un minor numero di attacchi rivolti a organizzazioni di alto profilo e usufruendo di un intero ecosistema sotterraneo che supportale attività dei gruppi criminali.
Di fatto, nei primi 11 mesi del 2021 la percentuale di richieste IR è stata del 46,7% contro il 37,9% di tutto il 2020, e il 34% del 2019. Gli obiettivi più comuni di questi attacchi sono stati quelli rivolti ai settori governativo e industriale. Nel 2021, infatti, gli attacchi rivolti a queste organizzazioni hanno compromesso quasi il 50% di tutte le richieste IR relative ai ransomware. Altri bersagli molto colpiti sono stati il settore IT e le istituzioni finanziarie.

Riscatti più onerosi e attacchi più efficienti

Gli operatori di ransomware hanno iniziato a richiedere riscatti più onerosi e a puntare a obiettivi di alto profilo, e hanno incrementato l’efficienza degli attacchi. Gli esperti di Kaspersky hanno individuato due tendenze che diventeranno molto comuni nel 2022. In primo luogo, è probabile che i gruppi criminali di ransomware costruiscano più frequentemente build Linux di ransomware per massimizzare la superficie di attacco. Inoltre, gli operatori ransomware inizieranno a concentrarsi maggiormente sul ‘ricatto finanziario’, una tecnica che consiste nel minacciare di far trapelare informazioni sensibili sulle società vittime dell’attacco per far crollare i prezzi delle azioni.

Rubare dati da obiettivi critici su larga scala

I criminali potrebbero sfruttare le fusioni o le acquisizioni delle aziende, o divulgare informazioni su eventuali piani delle imprese di diventare pubbliche. Quando le aziende si trovano in uno stato finanziario vulnerabile è più probabile che paghino il riscatto.
“Abbiamo iniziato a parlare dei cosiddetti Ransomware 2.0 nel 2020, e quello che abbiamo visto nel 2021 è stato lo sviluppo di una nuova era di questo tipo di malware – commenta Vladimir Kuskov, Head of Threat Exploration di Kaspersky -. Gli operatori di ransomware non stanno solo crittografando i dati; li stanno anche rubando da obiettivi critici su larga scala e stanno minacciando di divulgare queste informazioni nel caso in cui le vittime si rifiutino di pagare. Questa tipologia di minaccia sarà molto popolare anche per il prossimo anno”.

Più di un milione 650mila Pmi non sono assicurate

Le 4,35 milioni di Pmi, il 99,3% delle imprese italiane in attività, sono fortemente sotto assicurate, al punto che 1 milione e 653 mila, il 38% del totale, non dispone di una copertura assicurativa. Complice anche il loro scarso livello di alfabetizzazione finanziaria e digitale le Pmi italiane hanno una bassa percezione dei rischi che l’attività imprenditoriale comporta. Di conseguenza, tendono a sottostimare l’impatto che un evento potrebbe avere sulla loro attività. Secondo lo studio Next Level for Insurance – SME segment, realizzato da CRIF, IIA – Italian Insurtech Association e Nomisma, solo il 62% delle Pmi italiane dispone oggi di una copertura assicurativa, sebbene nell’ultimo anno la percezione del rischio sia aumentata per 7 imprese su 10.

La tendenza a ‘sottoscrivere poco’

Oltre a essere un segmento sotto assicurato, è ampiamente diffusa la tendenza a ‘sottoscrivere poco’: il 71% delle Pmi ha infatti sottoscritto una copertura RC verso terzi, il 64% incendio, e il 56% furto, ma si scende al 39% per la responsabilità civile degli amministratori. Sono quasi assenti, invece, le coperture per cyber risk (9%) e le interruzioni di attività (8%), due aspetti che invece nel 2021 hanno prodotto un effetto critico sulla continuità del business delle aziende. Per far fronte a questo scenario, la risposta dei player assicurativi per i prossimi 12 mesi sarà proporre ai clienti nuovi prodotti, ma soprattutto, servizi di valore aggiunto, dove la consulenza assicurativa diventerà sempre più strategica.

Più attenzione al cyber risk

Quanto al cyber risk, può essere considerato una nuova categoria assicurativa. Secondo il Rapporto Clusit (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) nel primo semestre 2021 sono stati analizzati 1.053 attacchi cyber gravi e 4 su 5 hanno coinvolto le Pmi. In generale, gli attacchi di cybersecurity hanno determinato in Italia 7 miliardi di costi diretti e indiretti per le imprese. Questa situazione conferma che non esistono sistemi inviolabili e i potenziali danni sono ormai conclamati. Proprio in questa direzione si stanno muovendo gli insurer, l’82% dei quali indica la cyber security come una priorità. Tanto che nei prossimi 12 mesi il 17% delle imprese assicurative la introdurrà come elemento di offering, a fronte di un 65% che già sta presidiando quest’area.

La risposta dei player

Secondo la ricerca il 69% delle compagnie assicurative proporrà servizi accessori e complementari alle polizze, in particolare, per supportare le Pmi in ambito cyber security (82%), marketing e digital advertising (59%), consulenza alla crescita del business (58%) e servizi per certificare l’impresa a livello di sostenibilità in ambito ESG (50%). Un tema quest’ultimo sempre più importante anche per le Pmi, che nel 74% dei casi ha indicato come una certificazione di sostenibilità possa contribuire ad accrescere la reputazione dell’azienda, e per il 50%, di ridurre i rischi in quest’ambito.

Cosa fare se l’acqua del rubinetto presenta troppo calcare

Il calcare in eccesso presente nell’acqua di rubinetto è un problema comune a tantissime persone. Chiaramente non è consigliabile il bere un’acqua con una presenza eccessiva di calcare, tecnicamente chiamata “dura”, perché possono esserci diversi effetti nocivi sulla nostra salute.

Troppo calcare nell’acqua potrebbe ad esempio andare ad appesantire il lavoro dei reni, o contribuire alla formazione di quelli che comunemente chiamiamo “calcoli renali”. Meglio evitare di fare questa esperienza dunque, e giocare d’anticipo.

A parte questo, possono esserci altri piccoli problemi che possiamo riscontrare direttamente in casa quando l’acqua cui abbiamo accesso dal rubinetto è troppo ricca di calcare. Vediamo insieme quali.

I problemi legati al calcare nell’acqua del rubinetto

I problemi che tipicamente si riscontrano quando l’acqua del rubinetto di casa presenta troppo calcare sono noti. Tra questi ad esempio, il malfunzionamento di diversi elettrodomestici che necessitano di acqua per funzionare.

Il caso classico è quello del ferro da stiro, il quale va rapidamente a rovinarsi se l’acqua che mettiamo al suo interno presenta troppo calcare. I fori di emissione vanno infatti lentamente ad ostruirsi al punto che poi la fuoriuscita di vapore non è più sufficiente.

Lo stesso si può dire per la macchinetta del caffè o per qualsiasi altro dispositivo che necessiti di acqua per funzionare. Qui il calcare va ad accumularsi nel tempo andando lentamente ad impedire al dispositivo di lavorare correttamente, per questo va effettuata l’operazione di decalcificazione.

Inoltre il calcare in eccesso va a rovinare anche la rubinetteria ed i sanitari, macchiando in maniera quasi permanente, ma non solo. Eventuali piatti doccia di colore scuro o pareti della doccia dello stesso colore possono macchiarsi di bianco e necessitano dell’utilizzo di determinati di prodotti chimici per tornare ad essere come muovi.

Chiaramente tali prodotti chimici a lungo andare causano anch’essi dei problemi per cui le conseguenze del calcare si noteranno comunque a lungo andare. Dunque non sono soltanto elettrodomestici ed i dispositivi di casa, ma anche rubinetteria e soffioni doccia a risentirne.

Questi ultimi spesso tendono ad intasarsi e vanno smontati e puliti adeguatamente per poter ricominciare a funzionare normalmente. Da qui la necessità di trovare una soluzione che consenta di rimuovere il calcare in eccesso dall’acqua presente nel rubinetto di casa.

In questi casi, un depuratore d’acqua risolverebbe egregiamente il problema, per questo tante persone sono interessate a scoprire i depuratore acqua casa prezzi per comprendere l’effettivo risparmio.

I vari tipi di depuratori d’acqua esistenti in commercio

La tipologia di depuratore da scegliere cambia in base al tipo di acqua che arriva in casa. Ogni tipo di depuratore è in grado di risolvere esigenze specifiche. Vediamo di seguito insieme i quattro tipi principali di depuratori esistenti in commercio

Depuratori ad osmosi inversa

I depuratori ad osmosi inversa sono la tipologia più diffusa e maggiormente presente in casa. Si tratta di un dispositivo che riesce ad eliminare dall’acqua i vari elementi nocivi o quelli troppo pesanti, come i nitrati. I depuratori ad osmosi inversa funzionano grazie ad una speciale membrana che consente loro di filtrare l’acqua trattenendo così le impurità.

Addolcitori

Gli addolcitori sono da preferire quando l’acqua che arriva nel rubinetto di casa è troppo ricca di calcare. Essi lavorano infatti grazie ad un particolare procedimento chimico che funziona con uno scambio ionico per il quale riescono ad eliminare la durezza dell’acqua, e dunque ridurre la presenza di calcare. Al tempo stesso gli addolcitori aggiungono del sodio.

Filtri al carbone attivo

I filtri al carbone attivo non hanno un impianto a sé, come per gli altri tipi di filtri, ma questi vengono applicati direttamente al rubinetto. Essi hanno il compito di rimuovere il cloro in eccesso e altre sostanze nocive. Il vantaggio dell’adottare tale tipo di filtro sta certamente nel fatto che la sua installazione è particolarmente rapida.

Sistemi di microfiltrazione

Esistono infine i sistemi di microfiltrazione, i quali sfruttano una particolare membrana che consente loro di rimuovere le parti solide dall’acqua, rendendola così più leggera e sicura.

Adesso hai dunque a disposizione tutte le informazioni che ti possono aiutare ad individuare il tipo di depuratore più adatto in base alla qualità dell’acqua cui hai accesso dal rubinetto di casa.

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Agli italiani piace la gift card

E’ la gift card il regalo del Natale 2021, tanti che si attende un vero e proprio boom di questa forma di cadeau. Niente buste con i soldi o pensierini improvvisati, ma card per acquistare in libertà quello che si preferisce: a prevedere il crescente successo di questa formula è il recente studio “Italy Gift Cards Market” realizzato dalla società Allied Market Research. In base ai dati della ricerca, il giro d’affari delle card, sia fisiche sia digitali, passerà dai 5,7 miliardi di euro del 2020 a quasi 16 miliardi entro il 2028 con un CAGR (tasso di crescita annuale composto) del 14% e una forte polarizzazione verso il digitale. 

Le ragioni del successo

Sono diverse, secondo gli analisti, le ragioni di questo exploit presente e futuro. Innanzitutto, il Covid ha rivoluzionato le abitudini di acquisto di tutti noi, facendoci orientare sempre più spesso verso canali digitali e le card in questo comparto funzionano benissimo. C’è poi da sottolineare che, sempre secondo gli esperti, il mercato delle gift card in Italia deve ancora raggiungere la sua maturità: attualmente il giro d’affari si concentra sui beni di consumo e sul commercio al dettaglio, ma ci sono altri ambiti dove si prevede una crescita rilevante del business in futuro come la ristorazione, il wellness, il turismo (soprattutto in ottica post Covid-19) e il welfare aziendale.

Un regalo gradito

Come riporta anche Ansa, le ricerche evidenziano come il buono acquisto sia uno dei regali più graditi non solo sotto l’albero. Uno studio condotto dalla società di consulenza canadese Leger per Blackhawk Network sul mercato USA in vista delle prossime festività natalizie ha mostrato come il 69% dei consumatori vorrebbe ricevere sotto l’albero una gift card con punte del 75% se andiamo ad osservare la Generazione X e i Millennials. La ricerca inoltre sottolinea come per Natale 2021 la capacità di spesa per i regali salirà del 17% rispetto al 2020, toccando quota 663 dollari e il 40% di questa somma verrà spesa per regalare gift card (+27% sull’anno precedente).

Card sotto l’albero

Insomma, si regalano e si regaleranno card questo Natale. Ma per acquistare cosa? La classifica delle tipologie dei buoni acquisto più regalati a Natale vede al primo posto quelli relativi alla ristorazione, seguiti dalle gift card multi-brand e da quelle del travel. Così da fare tutti contenti.

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Importo mutui: oltre 142.000 euro, il valore più alto degli ultimi 10 anni

A ottobre si registra un’ulteriore crescita dell’importo medio dei mutui richiesti (+6,8%), che con 142.345 euro tocca il valore più elevato degli ultimi 10 anni. La dinamica del comparto fa però segnare una nuova flessione (-16% rispetto a ottobre 2020), in linea con il trend del trimestre precedente. Questo, nonostante la costante crescita  delle istruttorie presentate dagli under 35 (+2,6%), che arrivano a piegare una quota record del 30% del totale. È quanto emerge dall’analisi delle richieste registrate sul Sistema di Informazioni Creditizie di CRIF.

Un ritrovato interesse per i progetti di investimento sulla casa 
“La ripresa delle compravendite e la crescita dei prezzi degli immobili testimoniano il ritrovato interesse da parte degli italiani per il progetto di investimento sulla casa – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Questo si riflette, coerentemente, su un importo dei mutui richiesti in costante aumento, al punto da aver toccato a ottobre il valore più elevato degli ultimi 10 anni. Possiamo leggere questo dato come una positiva indicazione del livello di fiducia delle famiglie, che in questa fase di ripartenza dell’economia si sentono di poter prendere impegni di lungo termine con la certezza di riuscire a sostenere gli oneri finanziari senza eccessivi affanni”.

L’andamento dell’importo medio
Nel complesso, le richieste tra 100.000 e 150.000 euro rappresentano la soluzione preferita dagli italiani (circa 30% del totale), un dato in linea con il corrispondente periodo del 2020. Al secondo posto (25,6%) permane la classe di importo tra 150.000 e 300.000 euro, mentre valori al di sotto dei 100.000 euro caratterizzano 4 richieste su 10. A ottobre si registra però una flessione generalizzata delle richieste da parte di tutte le fasce di richiedenti, a eccezione degli under 35, che registrano il dato più alto degli ultimi 10 anni. In particolare, la classe tra i 18 e i 24 anni è invece arrivata al 2,7% rispetto al 2,2% di un anno fa, e quella tra i 25 e i 24 anni al 27,3% (vs 25,2% di ottobre 2020). La classe di età che rappresenta la quota maggioritaria delle richieste di mutuo rimane comunque quella compresa tra i 35 e i 44 anni, con il 32,7%% del totale.


Gli italiani si confermano prudenti
Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata si conferma il trend degli scorsi mesi, che vede la classe compresa tra i 26 e i 30 anni sempre più in cima alle preferenze delle famiglie, con il 27,6% del totale (+4,4%). Cresce anche la classe tra i 20 e i 25 anni (+1,1% vs 2020), che assorbe il 24,1% delle richieste totali. In generale, quasi 8 richieste su 10 presentano piani di rimborso superiori ai 15 anni, a conferma dell’atteggiamento tradizionalmente prudente delle famiglie italiane, che tendono a spalmare la restituzione del finanziamento su un orizzonte temporale sufficientemente lungo per ridurre quanto possibile il peso delle rate sul bilancio familiare.

Alla bellezza non si rinuncia: il fatturato della cosmetica a quasi 12 miliardi di euro

E’ uno dei settori di eccellenza del Made in Italy, nonché una passione di italiani e non solo: è la cosmetica, un comparto che di anno in anno dà prova di sapersi innovare e di resistere alle cicliche ondate di crisi. Il 2021 si preannuncia come un’ottima annata per il mondo del beauty, tanto che a fine anno il fatturato del comparto dovrebbe oltrepassare gli 11,7 miliardi di euro, con un balzo in avanti del 10,4% rispetto al 2020. Le previsioni sono contenute nell’indagine congiunturale presentata dal Centro studi di Cosmetica Italia, l’associazione nazionale delle imprese del comparto, che prevede per la seconda parte del 2022 il raggiungimento dei valori pre-crisi.

Balzo in avanti dell’export

La normalizzazione della situazione sanitaria ha portato anche la ripresa degli scambi commerciali europei e internazionali. In virtù di questo, l’export dovrebbe chiudere a fine anno con un salto in avanti in positivo, ovvero a 4,7 miliardi con un +14% rispetto all’anno prima. La bilancia commerciale supererà i 2 miliardi. Le stime per la fine del 2021 indicano una crescita del mercato interno a 10,6 miliardi (+8,5%).

Tra i canali di vendita cresce l’ecommerce

In generale, tutti i canali di vendita registrano delle buone performance nel segmento beauty. Più di tutti gli altri, però, cresce l’ecommerce, che fa un balzo in avanti del +29,7% e che, secondo le stime, dovrebbe raggiungere un valore di 900 milioni di euro. Bene anche il canale della farmacia (+4,0%), che arriva a toccare gli 1,9 miliardi, e della grande distribuzione (+1,5%), che raggiunge i 4,5 miliardi. Anche i canali professionali reagiscono positivamente: acconciatura (+14,8%) ed estetica (+12,6%) registrano una stima di chiusura a fine anno rispettivamente di 520 e 190 milioni, recuperando parzialmente le chiusure forzate del 2020. La ripresa nel 2021, riporta una nota Ansa, influenza positivamente anche il recupero delle vendite nella profumeria (+22,1%, per un valore di oltre 1,8 miliardi), che si avvicina alla quota di distribuzione pre-pandemia. Le previsioni di fine anno del canale erboristeria (+12,7%) portano a un valore di chiusura di oltre 370 milioni. Conferme anche dalle vendite dirette (+3,7%) che, nelle stime di fine esercizio, portano a una proiezione di chiusura pari a circa 360 milioni. Il fatturato del contoterzismo sale infine ai livelli pre-pandemia, toccando a fine 2021 i 2 miliardi (+20%), sostenuto dalla ripresa della domanda estera.

Riforma del catasto, un proprietario su due è d’accordo

Se la maggioranza di chi oggi possiede un immobile vede positivamente l’intervento sul catasto, con un picco del 63,1% tra i residenti nel Nord Ovest, di contro il 16,3% è apertamente contrario. Ancora molti, comunque (26,7%), sono coloro che non hanno ancora un’idea precisa in merito. La riforma del catasto, e le sue possibili conseguenze, occupano il dibattito pubblico. Facile.it ha commissionato un’indagine agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione, da cui è emerso che più di 1 proprietario su 2 (57%) è d’accordo con la riforma.

Le ragioni dei favorevoli alla riforma

Il 58,7% dei favorevoli ritiene che la riforma possa far emergere i cosiddetti immobili “fantasma”, ovvero quei 1,2 milioni di edifici ancora sconosciuti al catasto e al fisco. La percentuale sale al 59,9% tra i residenti nel Nord Ovest, mentre raggiunge il minimo (54,7%) nel Centro Italia. Il 56,9% dei proprietari favorevoli, invece, pensa che la riforma possa contribuire a rendere più equo e trasparente il prelievo sugli immobili. Il 18,1% si fida del fatto che nonostante la riforma non cambierà nulla in termini di prelievo fiscale, mentre il 13,1% è convinto che la modifica porterebbe addirittura a un abbassamento del prelievo fiscale. La percentuale poi sale fino al 18,5% tra chi è alla ricerca della prima casa da acquistare.

Chi è contrario teme un aumento delle tasse

Se si considerano i proprietari che al contrario si sono dichiarati contrari alla riforma, la stragrande maggioranza (78,9%) è sfavorevole perché teme che l’aggiornamento dei valori catastali possa comportare un aumento delle tasse che gravano sulla casa, mentre il 49,3% teme che la variazione possa causare una spesa maggiore in caso di compravendita immobiliare. Il timore più grande relativo alla riforma del catasto è infatti il possibile aumento dell’imposizione fiscale sulla casa, i cui effetti potrebbero avere conseguenze importanti sull’intero mercato immobiliare. Quasi 1 rispondente su 3 (31,4%) tra coloro che oggi sono alla ricerca della prima casa ha dichiarato di esser disposto a rinunciare all’acquisto qualora le tasse dovessero aumentare.

Nel mercato delle seconde case si potrebbe assistere a uno stop delle compravendite

Anche nel mercato delle seconde case si potrebbe assistere a uno stop delle compravendite, dato che il 29,7% del campione ha ammesso di essere pronto a rinunciare all’acquisto di un secondo immobile.
“La variazione dei valori catastali di un immobile potrebbe avere effetti non solo sulle tasse che pesano sulle seconde case, ma anche sui costi connessi all’acquisto di un’abitazione – spiega Facile.it – visto che l’imposta di registro che si paga è calcolata in percentuale sul valore catastale nella misura del 2% se si tratta di una prima casa, mentre è pari al 9% in caso di seconda casa”. Tanto che sono ben 2,2 milioni i proprietari immobiliari che in caso di aumento delle tasse potrebbero vendere la seconda casa.