Earth Day 2022, preoccupazione per il clima e comportamenti sostenibili

La Giornata della Terra, la più ampia e manifestazione ambientale a livello mondiale, si celebra ogni anno il 22 aprile. Da un sondaggio internazionale condotto da Ipsos con l’obiettivo di indagare le opinioni relative al problema del cambiamento climatico e i comportamenti sostenibili da adottare nel prossimo anno, emerge come in Italia la preoccupazione per il cambiamento climatico sia avvertita dal 69% degli intervistati, e il 79% sia preoccupato per le sue conseguenze. L’opinione pubblica ritiene poi che la lotta al cambiamento climatico rappresenti una responsabilità condivisa tra Governo, aziende e cittadini, ma soltanto il 41% ritiene che il Governo abbia un piano chiaro su come lavorare congiuntamente.

Una responsabilità condivisa

In Italia il 68% ritiene che se il Governo non affronterà ora il cambiamento climatico fallirà nei confronti dei propri cittadini. Al contempo, si registra un grado di accordo a livello globale (66%) sulla necessità di un’azione aziendale per combattere il cambiamento climatico. Alcuni settori economici sono percepiti come maggiormente responsabili in relazione al cambiamento climatico. In Italia il 78% menziona le compagnie energetiche, il 74% le case automobilistiche e il 72% fornitori di trasporto pubblico e le aziende tecnologiche. Il 71% degli italiani ritiene però che anche i singoli individui abbiano la responsabilità nella lotta al cambiamento climatico per non fallire nei confronti delle generazioni future.

Quali comportamenti green adottare?

Ma quali comportamenti gli italiani sono propensi ad adottare per la lotta al cambiamento climatico? Il 65% dichiara di voler evitare i prodotti con molti imballaggi, il 61% prevede di risparmiare energia in casa e il 58% di risparmiare acqua ed evitare l’acquisto di nuovi prodotti. In generale, però, l’indagine registra un’errata percezione in merito ai comportamenti sostenibili individuali con maggiore impatto sull’ambiente: minor packaging o riduzione degli acquisti sono erroneamente visti come priorità, mentre sostituire i voli con opzioni più sostenibili o passare a una dieta vegana, che in realtà hanno un impatto molto più elevato, dalla maggioranza non sono considerati come azioni dalle elevate conseguenze negative sull’ambiente.

La COP26

La COP26 è la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, e ha l’obiettivo di raggiungere un accordo sulle strategie sostenibili da adottare per contrastarne gli effetti da qui al 2030, e fino al 2050. Ma cosa sanno gli italiani della COP26? Il 34% dichiara di averne sentito parlare e il 29% di non averne mai sentito parlare. Tra i primi, il 53% è anche a conoscenza degli impegni presi dai diversi Paesi, ma mentre il 51% si sente ottimista sull’impatto della COP26, il 41% pensa che non farà alcuna differenza e l’8% che avrà un impatto negativo. I livelli di pessimismo sembrano riflettere i dubbi sulla capacità del Governo di affrontare la crisi climatica. Per il 32% il Governo non farà progressi significativi nella lotta al cambiamento climatico durante i prossimi 10 anni, e il 21% sostiene che il Governo non abbia un piano chiaro nemmeno per affrontare il problema nel 2022.

Twitter: in arrivo la funzione “modifica tweet”

Twitter annuncia una ‘rivoluzione’ imminente, e si prepara a implementare la funzione per la modifica dei tweet. Il social network, da uno dei suoi profili, dichiara che sarà possibile correggere i messaggi caratterizzati da un errore, e non sarà più necessario eliminare del tutto il ‘cinguettio’. La svolta ‘edit’ rappresenta un cambiamento epocale del social network, una possibilità da anni richiesta da milioni di utenti. La novità era stata annunciato il primo aprile scorso dalla stessa Twitter. “Visto che tutti lo stanno chiedendo – si legge nel messaggio pubblicato dal profilo Twitter Communications – sì, stiamo lavorando dallo scorso anno sulla funzione ‘modifica’. No, non abbiamo avuto l’idea da un sondaggio. Nei prossimi mesi faremo partire il test per vedere cosa funziona, cosa non funziona e cosa è possibile”.

Non è un pesce d’aprile: “Non stavamo scherzando…”

Il messaggio, però, era stato interpretato come un pesce d’aprile, ma Twitter ha rassicurato: “Non stavamo scherzando…”.  Come ha spiegato Jay Sullivan, responsabile del prodotto nell’organigramma di Twitter, “Abbiamo studiato come creare la funzione Edit in modo sicuro fin dallo scorso anno e come pianificare i test nei prossimi mesi. La modifica è stata la funzione più richiesta su Twitter per anni – ha aggiunto Sullivan -. Gli utenti vogliono essere in grado di correggere errori a volte imbarazzanti e refusi”. Ma finora l’hanno fatto cancellando e scrivendo nuovamente il tweet.

“La tutela dell’integrità della discussione pubblica è la nostra priorità”

“Senza elementi come il limite di tempo, i controlli e la trasparenza relativa a ciò che viene modificato, la funzione potrebbe essere utilizzata in maniera impropria per modificare lo sviluppo di una conversazione pubblica – ha proseguito Sullivan -. La tutela dell’integrità della discussione pubblica è la nostra priorità assoluta mentre ci apprestiamo a intraprendere il lavoro”.

“Dare agli utenti più scelta e controllo”

“Per questo, ci vorrà del tempo e cercheremo suggerimenti e obiezioni prima di lanciare la funzione Modifica – ha sottolineato Sullivan -. Avremo un approccio attento e cauto, condivideremo gli aggiornamenti man mano che procediamo”. Ma la nuova funzione non è l’unica novità del social dei cinguettii.
“Questa è solo una delle modifiche che stiamo studiando mentre cerchiamo di dare agli utenti più scelta e controllo nella loro esperienza su Twitter – ha precisato ancora Sullivan -, perché cerchiamo di favorire una conversazione sana e aiutare le persone a sentirsi più a proprio agio su Twitter. Queste sono le cose che ci motivano ogni giorno”.

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Colazione al bar più cara: caffè +18%, cappuccino e cornetto 2,84 euro

Gli aumenti dei prezzi, hanno intaccato anche uno degli appuntamenti di rito degli italiani, la colazione al bar. Dal caffè al cappuccino, dal cornetto alla spremuta d’arancia, i prezzi nei primi mesi del 2022 sono aumentati a due cifre. E da Nord a Sud, il re della colazione, il caffè, segna aumenti tra il 17% e il 18%. Anche cappuccino e cornetto non sono da meno: il primo aumenta dal 15% al 18% a seconda delle zone geografiche, e il cornetto dal 17% al 19%. Il rincaro record spetta però all’acqua in bottiglia da mezzo litro, che al Sud e nelle Isole aumenta del 45% rispetto al 2021, allineandosi ai prezzi praticati nel resto d’Italia. È quanto rileva l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori in una ricerca realizzata per l’Adnkronos.

In un anno +106,30 euro di colazioni

In pratica, per una colazione composta da un cappuccino e un cornetto il costo medio è passato da 2,43 euro del 2021 a 2,84 euro del 2022, con un aggravio che in un anno ammonta a circa +106,30 euro a persona. Chi invece non può rinunciare a una pausa all’insegna di un buon caffè al giorno subirà rincari di +64,07 euro annui. Il tutto consumato rigorosamente al banco. Per chi decide di accomodarsi al tavolo i rincari sono ancora più evidenti. Cappuccino e cornetto, serviti al tavolo, possono infatti costare dal 22% al 48% in più rispetto al prezzo praticato al banco. Si tratta di aumenti elevati che inducono Federconsumatori a chiedere all’Antitrust di accendere un faro per scongiurare ipotesi di cartello e intollerabili fenomeni speculativi.

A Ferrara il caffè costa di più

Insomma, il caffè espresso, candidato dall’Italia a patrimonio Unesco, prosegue nella sua corsa al rialzo dei prezzi, un fenomeno che appare evidente già a dicembre 2021 dal Rapporto annuale di Fipe, dove l’associazione dei pubblici esercizi ha rilevato i prezzi della tazzina al bar in base ai valori medi rilevati nei capoluoghi di provincia (Osservatorio prezzi su dati Istat). In una ipotetica classifica risulta al primo posto Ferrara, con il prezzo di un caffè più alto, 1 euro e 18 centesimi, seguita da Padova (1,16 euro) e da Modena e Ravenna (1,15 euro).

Il cappuccino più caro si beve ad Avellino

Tra le grandi città l’espresso a Roma è arrivato a una media di 1,10 euro e a Milano 1,05 euro, mentre a Napoli, a Trieste e a Reggio Emilia la tazzina si colloca a 0,90 centesimi, a Bari 0,91 e Terni 0,89 centesimi. L’espresso meno caro è invece a Messina: 0,82 centesimi. Analogo trend per il cappuccino, dove il più caro si beve ad Avellino, con il prezzo medio di 1,85 euro, seguita da Bolzano (1,76 euro) e Siracusa (1,61 euro). Stupisce che il prezzo più basso si paghi a Roma, con 1,13 euro, ma prezzi bassi anche a Grosseto (1,22 euro) e Catanzaro (1,23 euro).

Quando finirà la pandemia?

La campagna vaccinale continua a passo spedito, ma la marcia del Coronavirus sembra essere ripresa. E tra la speranza che a breve si possa tornare alla normalità e l’ancora presente timore del contagio tutti si stanno chiedendo quando si uscirà definitivamente da questa pandemia globale. Per sondare l’opinione pubblica su questo tema Ipsos ha condotto un sondaggio in 33 Paesi, esplorando le prospettive degli intervistati sul tanto agognato ritorno alla normalità post-Covid. Di fatto, per il 20% degli intervistati a livello globale la fine della pandemia è collegata a quando il 75% della popolazione sarà vaccinata, mentre per il 19% quando la trasmissione del virus si sarà fermata completamente.

C’è ancora tanta incertezza

E ancora, per il 17% la pandemia finirà quando la situazione negli ospedali si sarà normalizzata per almeno un mese, e per il 12% quando ci saranno invece meno di 10 casi per milione di abitanti.
C’è però ancora tanta incertezza sul tema, segnalata dal 14% degli intervistati che non ha idea di quale sia il segnale che decreterà la fine dell’emergenza. Gli italiani però, dato l’avanzamento della campagna vaccinale, hanno opinioni leggermente divergenti rispetto alla media degli altri Paesi: per il 27% la pandemia finirà quando la trasmissione del virus si sarà fermata definitivamente, per il 17% quando la situazione degli ospedali tornerà alla normalità, un altro 17% non ha idea, e solo per l’11% finirà quando il 75% della popolazione verrà vaccinata.

Post-Covid e ritorno alla normalità

Ipsos ha anche chiesto agli intervistati tra quanto tempo potremmo tornare a una vita come quella precedente alla pandemia. E per il 27% a livello internazionale bisognerà aspettare più di un anno da ora, per il 25% entro l’anno, per il 20% nei prossimi 6 mesi, mentre il 14% ritiene che sia già possibile tornare a una vita normale senza restrizioni. Considerando i dati aggregati di tutti i 33 Paesi si nota che più del 66% dei cittadini intervistati pensa che non riusciremo a tornare alla normalità prima di 6 mesi, un dato che sottolinea ancora grande preoccupazione e l’opinione che la crisi non sia ancora del tutto superata.

Bisognerà aspettare più di un anno?

Gli italiani anche in questo caso hanno un’ottica diversa, infatti, per il 36% degli intervistati bisognerà aspettare più di un anno, per il 22% entro l’anno e per il 17% entro i prossimi 6 mesi. Un risultato che registra ancora diffidenza riguardo la fine della pandemia. Dall’inizio della pandemia, il team Public Affairs di Ipsos indaga le opinioni degli italiani in merito all’emergenza Covid-19. L’ultimo aggiornamento del consueto monitoraggio di Ipsos, Come e quando finirà il Green Pass?, registra una diminuzione della minaccia percepita (forse complice anche lo spostamento dell’allerta causato dalla guerra Russia-Ucraina), e raggiunge nuovi valori minimi rilevati dallo scoppio della pandemia. Gli italiani stanno quindi iniziando a immaginare un futuro connotato da una preoccupazione limitata per il Covid-19? 

Il mercato italiano dei farmaci generici

Tra il 2014 e il 2019 il volume d’affari delle imprese di farmaci generici riflette una crescita strutturale, con i ricavi aumentati del +8% all’anno e del +47,9% complessivamente, attestandosi a fine periodo a oltre 4,3 miliardi di euro.

Inoltre, nel periodo 2014-2019 l’incremento occupazionale supera il 31% tra le imprese di farmaci generici, e a fine periodo il numero di dipendenti si attesta a oltre 8.600 unità, 400 in più rispetto all’anno precedente. Si tratta di alcuni dati emersi dall’Osservatorio sul sistema dei farmaci generici realizzato da Nomisma per Egualia (già Assogenerici), che ha esaminato le principali voci di bilancio di 335 società di capitali, divise in 81 imprese di farmaci generici e 254 di farmaci non generici.

Margine operativo lordo strutturalmente meno performante rispetto ai ricavi

Secondo l’Osservatorio, nonostante un volume di ricavi che cresce a un ritmo più sostenuto, le imprese di farmaci generici presentano una minor capacità di generare redditività rispetto alle società che si occupano di farmaci non generici.

Il margine operativo lordo (EBITDA) registra una tendenza, rispetto ai ricavi, strutturalmente meno performante per le imprese di farmaci generici, oscillando nel periodo 2014-2019 tra il 10,6% del 2019 e l’11,3% del 2017. Le imprese che si occupano di farmaci non generici, invece, mostrano valori costantemente superiori, attestandosi al 15,1% nel 2019, segnalando una distanza di redditività che tende ad amplificarsi.

Fra il 2009 al 2020 vendite di generici +119% a volume

Nel 2020 la spesa farmaceutica territoriale totale, pubblica e privata, ammontava a 20,5 miliardi di euro, -2,6% rispetto al 2019, allineandosi a valori simili a quelli del 2018. L’analisi per tipologia di farmaci venduti mette in evidenza un dato interessante: fra il 2009 al 2020 le vendite di generici sono aumentate del 119% a volume e del 148% a valore. Parallelamente si è verificata una graduale diminuzione della presenza di farmaci coperti da brevetto, le cui confezioni sul mercato si sono ridotte di circa 328 milioni di unità (-65%), circa -5,6 miliardi di euro (-63%) a valore. Ciò ha determinato una riconfigurazione delle quote delle tipologie di farmaci sul mercato totale, e dal 2009 al 2020 il peso dei farmaci generici è passato dal 14% al 30% in volumi e dal 7% al 21% in valori.

L’emergenza pandemica non ha alterato le quote sul mercato ospedaliero

Al fianco della farmaceutica territoriale, il canale di vendita più importante dei farmaci generici è costituito dalla farmaceutica ospedaliera. I dati 2020 evidenziano come l’emergenza pandemica abbia ridotto i consumi ospedalieri a volume, passati da 1,5 miliardi di unità minime frazionabili di medicinali a 1,3 miliardi (-14,1%). Tuttavia, i risultati dell’ultimo anno non hanno alterato le quote sul mercato. “Continua, infatti, l’ascesa dei farmaci generici, che nonostante il decremento assoluto in termini di incidenza sul totale mantengono il proprio posizionamento, passando dal 29,8% del 2019 al 30% del 2020”, commenta Lucio Poma, coordinamento scientifico Nomisma. Inoltre, si conferma il trend favorevole che ha visto aumentare le vendite dell’11,5% nell’ultimo quadriennio, con un guadagno di quota del 6,6%.

Le imprese Controvento trainano la crescita del Paese

L’Osservatorio Controvento: le aziende che guidano il Paese, curato da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, fotografa un sistema manifatturiero nazionale trainato da un gruppo di imprese che ottiene performance eccellenti in un contesto di mercato complesso e sfidante come quello del post pandemia. L’Osservatorio certifica infatti la crescente capacità di traino della componente Controvento rispetto all’andamento complessivo del sistema manifatturiero.

Nonostante l’incidenza di questo gruppo di imprese rimanga la stessa sul totale, aumenta il loro contributo nella generazione dei ricavi complessivi, dell’EBITDA, dei dipendenti e del Valore Aggiunto. In Italia le aziende che navigano Controvento nel settore manifatturiero sono il 6,5% del totale, generano il 10% dei ricavi e il 16% del valore aggiunto complessivo della manifattura in Italia. 

Un investimento che oggi sta dando i suoi frutti

“Non si tratta di un rimbalzo, ma di una crescita reale del Paese. Un dato su tutti: secondo l’ISTAT la produzione industriale della manifattura nel 2021 ha registrato un +11,8%, quando nel 2020 aveva accusato un -11,4% – commenta Lucio Poma, capo economista Nomisma -. Quindi ha recuperato più di quanto aveva perso due anni fa. Questo perché nelle difficoltà del periodo pandemico è fiorito l’investimento di un gruppo di imprese che oggi sta dando i suoi frutti. Per questo, nonostante l’allarme dato dalla scarsità delle materie prime – aggiunge Poma – Nomisma e il gruppo Controvento si aspetta un 2022 di crescita importante per la manifattura italiana”. 

Cogliere le opportunità di crescita anche in contesti avversi

Le imprese Controvento negli ultimi cinque anni hanno investito quasi il doppio rispetto alle altre imprese manifatturiere italiane, e nel 2020 la flessibilità finanziaria garantita da un adeguato polmone di liquidità ha consentito di affrontare la pandemia senza rallentare gli investimenti, cogliendo così le opportunità di crescita anche in contesti avversi. I ritorni (su attivo e patrimonio netto) delle aziende Controvento si dimostrano mediamente 4 volte superiori alle imprese italiane. L’analisi sulla sostenibilità finanziaria delle imprese Controvento conferma dunque una maggiore solidità e una propensione all’investimento, nonché ottimi segnali prospettici: la percentuale di aziende Controvento con prospettive favorevoli, anche da un punto di vista creditizio, è superiore rispetto alla media italiana.

Far meglio anche sotto il profilo della sostenibilità 

Anche sotto il profilo della sostenibilità le aziende Controvento spiccano rispetto al resto della manifattura italiana. Se all’interno del campione Controvento quasi due terzi delle imprese presentano un profilo ESG adeguato, questa percentuale scende a poco meno del 35% per l’universo delle aziende manifatturiere. Il Nord-Est (Trentino, Veneto, FVG ed Emilia-Romagna) conferma la maggiore predisposizione a ospitare imprese Controvento, mentre a livello settoriale i comparti che hanno accelerato la propria rilevanza tra queste imprese sono farmaceutica, packaging, produttori di cicli e motocicli, vetro e ceramica, gomma e materie plastiche.

Influencer marketing, più post ‘trasparenti’ sui social

Nell’ultimo anno su Instagram i post ‘trasparenti’ sono aumentati del +69%, ma la trasparenza dei post commerciali non cresce solo su Instagram.
È quanto emerge dall’analisi condotta dall’Osservatorio istituito da Buzzoole, tech company specializzata in tecnologie e servizi per l’Influencer Marketing, che ha analizzato tutti i post pubblicati in lingua italiana che utilizzano gli hashtag della trasparenza suddivisi per settore, oltre ai brand più attivi sui social.
Creator e influencer indirizzano sempre più le scelte di acquisto dei propri follower, spingendoli all’acquisto di prodotti e servizi. Per farlo devono però inserire gli hashtag della trasparenza, ovvero segnalando che il post è di carattere commerciale. Una pratica che si sta consolidando nel tempo, anche parallelamente all’incremento delle campagne adv. 

Nel 2021 pubblicati 426.233 contenuti con gli hashtag della trasparenza 

Lo studio La trasparenza nell’Influencer Marketing ha interessato tutti i post (a esclusione delle Storie) pubblicati su Instagram, Youtube, Twitter e Facebook, contenenti gli hashtag della trasparenza più utilizzati: #ad, #adv, #sponsorizzato, #sponsored, #sponsoredby, #gifted, #giftedby, #supplied e #advertising. Dall’analisi emerge che nel 2021 sono stati pubblicati 426.233 contenuti trasparenti, per 214 milioni di interazioni. Anche nel 2021 Instagram viene riconfermato come luogo preferito per le attività dei creator, con il 65,4% dei post e l’88,2% delle interazioni generate. Al secondo posto c’è Twitter (30,3% dei post), mentre per quanto riguarda  Facebook il dato è sottostimato (3,7%), in quanto per motivi di privacy la piattaforma non permette di effettuare rilevazioni puntuali.

La moda è l’industria più attenta alle regole

La moda (abbigliamento e calzature) si riconferma l’industria più attenta alle regole, con il 29,2% dei post trasparenti. Al secondo posto, la cosmetica (prodotti per la cura del corpo), con il 13,9%, e al terzo il food, che diventa protagonista con il 9,8% dei post, guadagnando 3,3 punti percentuali.
A seguire il mondo della tecnologia (elettronica di consumo), con il 9% dei post, l’intrattenimento (tv, gaming), con l’8,7% dei post, gli accessori (borse, orologi e gioielli), con l’8,6%, e il beverage, con il 4,4%. Come nel 2020 anche nell’ultimo anno emerge il comparto health care, con un 3,1% di post trasparenti, incentrati soprattutto sull’igiene personale e i dispositivi di sicurezza per proteggersi dal contagio.

Il post che ha ottenuto più interazioni? Quello pubblicato da Chiara Ferragni 

Rispetto alle interazioni totali (like, commenti, condivisioni) la moda cattura il 33,3% delle interazioni complessive, mentre la bellezza il 13,7% e l’entertainment l’11,3%. Quanto al post in lingua italiana che ha ottenuto più interazioni nel 2021, riferisce Ansa, è stato quello pubblicato da Chiara Ferragni e sponsorizzato da Schiaparelli: il suo outfit per l’occasione ha ottenuto circa 1,8 milioni di interazioni. Ma occorre scendere di dieci posizioni per trovare il primo post non realizzato dalla Top Influencer italiana. Si tratta di un video di Vic De Angelis (musicista del gruppo rock Måneskin) che promuove Yves Saint Laurent Beauty, e che ha ricevuto circa 952.000 interazioni.

Covid: come i consumi europei si sono spostati a casa

Con il Covid i consumatori europei hanno incrementato le proprie attività domestiche. Ad esempio, spendendo una quantità di tempo significativa a guardare live TV: a novembre 2021 erano il 51% dei consumatori, contro il 46% del periodo precedente alla pandemia. Secondo il sondaggio Covid-19 Consumer/Shopper Survey, realizzato da Bain & Company in collaborazione con Dynata, in Europa anche le persone che dispongono di servizi streaming hanno registrato un netto incremento, passando dal 40% del periodo pre Covid-19 al 51% di novembre 2021. Il 36% delle persone però, rispetto al 30% del pre-Covid, ha anche dedicato tempo alla lettura, mentre i videogame hanno conquistato il 32% degli intervistati, rispetto al 28% di prima della pandemia. Quanto ai podcast, vi si è dedicato il 15% degli intervistati, contro il 12% del pre-Covid.

Il consumo di alcolici tra le mura domestiche

In questo contesto, anche il consumo di alcolici, tradizionalmente associato ai momenti di socialità, si è spostato tra le mura domestiche. La percentuale di consumatori europei che oggi dichiara di bere principalmente a casa è il 74%, rispetto al 59% dell’epoca pre-Covid.
“Il 75% degli italiani intervistati a fine 2021 era disposto a tornare a cenare al ristorante, anche al chiuso – commenta Duilio Matrullo, Partner Bain & Company -. Questo dato era migliore della media europea, e in linea con la tradizionale propensione italiana al consumo fuori casa. Crediamo in definitiva nella resilienza del settore della ristorazione, che uscirà comunque profondamente trasformato in termini di formati e di approccio al consumatore”.

L’impatto dello smart working su industrie e filiere

Quanto allo smart working non è destinato a scomparire con la fine della pandemia, e non avrà conseguenze solo sulla vita dei lavoratori.
“L’impatto dello smartworking – aggiunge Sergio Iardella, Partner Bain & Company – avrà conseguenze profonde su tantissime industrie e filiere: dal real estate ed in generale all’urbanizzazione, fino a tutti i servizi di prossimità, che continueranno ad avere una ripresa strutturale dopo l’epoca delle grandi superfici commerciali fuori città, fino ovviamente a tutti i servizi tecnologici a casa, che subiranno un’accelerazione in termini di volumi e di sofisticazione della domanda”.

Beauty e fitness sempre più fai da te 

Per quanto riguarda le spese nei saloni di bellezza, anche in questo caso molti consumatori europei ora si prendono cura di sé nelle proprie case. Ma “gli italiani, da questo punto di vista, sono più fiduciosi della media europea – spiega Matrullo -: il 46% di loro spende meno nei saloni rispetto a quanto facesse prima della pandemia, contro il 48% europeo, e il 54% di loro, contro il 58% europeo, si aspetta che questa contrazione della spesa continui.
E il mondo del fitness? Nonostante la riapertura delle palestre alcuni cambiamenti potrebbero essere strutturali. In Europa, il 25% di chi andava in palestra non è più tornato, e in Italia questo trend è ancora più accentuato. Il 34% degli italiani non ha più fatto ritorno in palestra dall’inizio della pandemia.

Gli italiani vogliono comprare o affittare case efficienti

Gli italiani vogliono comprare e affittare case efficienti dal punto di vista energetico e sono a favore di nuove misure per rendere gli edifici più sostenibili.
Un sondaggio di YouGov, realizzato per la Fondazione Europea per il Clima (European Climate Foundation), rivela infatti che a essere molto apprezzate dagli italiani sono le case efficienti dal punto di vista energetico, perché ‘tagliano’ le bollette e sono migliori per l’ambiente. Inoltre, sia gli affittuari sia i proprietari di case sono d’accordo sulla necessità di una regolamentazione volta a ridurre l’impatto degli edifici sul cambiamento climatico.
Secondo il 95% degli intervistati è infatti importante comprare o affittare una proprietà che sia efficiente dal punto di vista energetico, tuttavia il parco immobiliare attuale non soddisfa questa domanda. Tanto che il 65% degli intervistati afferma che non sono molte le proprietà efficienti disponibili sul mercato.

Un vantaggio per l’ambiente che riduce le bollette

Avere una casa ad alta efficienza energetica rappresenta un vantaggio per l’ambiente (44%) e riduce le bollette energetiche (43%). L’85% poi sosterrebbe una politica volta a fare in modo che tutte le nuove abitazioni siano ad alta efficienza energetica e con sistemi di riscaldamento non alimentati da combustibili fossili o biomasse non sostenibili. E il 72% è a favore di una politica che introduca standard minimi di prestazione energetica per gli edifici.
Tale politica aiuterà a combattere il cambiamento climatico (66%) e protegge da possibili rincari in bolletta (61%). E se secondo l’88% gli Attestati di Prestazione Energetica, i documenti che sintetizzano la prestazione energetica di un immobile, sono utili, il 54% sostiene di trovare poca o nessuna informazione sull’efficienza energetica degli edifici da poter esaminare.

La nuova Direttiva Ue sull’efficienza energetica degli edifici

Il sondaggio è stato pubblicato poche settimane dopo la presentazione della nuova Direttiva Ue sull’efficienza energetica degli edifici. La proposta include l’introduzione di nuovi standard minimi di prestazione energetica a livello Ue, che richiederebbero di riqualificare entro il 2033 gli edifici con classe energetica F e G. Inoltre, la direttiva propone che a partire dal 2030 tutti i nuovi edifici debbano essere a emissioni zero, cioè consumare poca energia ed essere alimentati da fonti rinnovabili.
Bruxelles propone lo stop a incentivi per le caldaie a gas dal 2027 e l’eliminazione dei combustibili fossili nel riscaldamento entro il 2040.

Accelerare la dismissione graduale delle caldaie fossili

“Per centrare gli obiettivi europei di riduzione del 55% in dieci anni – afferma il direttore scientifico di Kyoto Club, Gianni Silvestrini – serve puntare sulla decarbonizzazione del sistema energetico italiano anche attraverso la graduale rottamazione dei dispositivi di riscaldamento a metano, gpl e gasolio. E serve farlo al più presto. Per questo Kyoto Club e Legambiente – continua Silvestrini – chiedono di accelerare la dismissione graduale delle caldaie fossili e sostengono di seguire l’esempio del Regno Unito, indicando il 2025 come data per vietare l’installazione degli impianti di riscaldamento inquinanti”.

Come cambia l’uso del web con la pandemia?

I dati di misurazione dell’Audience digitale di Comscore evidenziano come l’accelerazione nell’utilizzo della rete impressa dall’emergenza sanitaria nel 2021 si sia stabilizzata. Negli 2021 sono 40,9 milioni gli italiani che ogni mese si connettono a Internet, per un tasso di penetrazione del 75% sulla popolazione maggiorenne (+6% rispetto al 2019), ma ancora lontano dai livelli dei Paesi digitalmente più evoluti (USA 91%, UK 86%).  Dall’analisi degli andamenti mensili emerge come i picchi di utilizzo abbiano coinciso con le varie fasi di recrudescenza del virus e intensità delle misure di contenimento. L’impatto della pandemia si manifesta infatti nella crescita delle audience online sulle categorie di contenuti più direttamente collegate all’emergenza sanitaria e al lockdown.

Covid-19, un fattore di accelerazione per funzioni di pubblica utilità

Rispetto al 2019 si registrano incrementi del 53% degli utenti unici della categoria Government, +48% Education, e +29% Health. I livelli di utilizzo hanno raggiunto rispettivamente il 56%, il 64% e l’86% di penetrazione. Il Covid 19 si è quindi rivelato un fattore di accelerazione dell’utilizzo di Internet per funzioni di pubblica utilità e nel rapporto con la PA, con un impatto più marcato sulle generazioni mature. Considerando il valore medio dei primi undici mesi del 2021 gli italiani trascorrono in rete 2 ore e 37 minuti al giorno (+12% rispetto al 2019). I giovani (18-24 anni) passano su Internet 3 ore e 17 minuti al giorno, quasi un’ora in più rispetto agli over 45 (2 ore e 25 minuti). La maggior parte del tempo di connessione avviene attraverso le mobile App, su cui si trascorre il 75% del tempo speso online (+8% rispetto al 2019).

Il fenomeno dell’Appification

Si manifesta quindi il fenomeno dell’Appification nella fruizione di Internet, con conseguenze importanti sulle dinamiche di sviluppo e sugli equilibri di mercato. Le prime 10 app per penetrazione sul mercato italiano sono tutte di proprietà di Facebook, Google e Amazon, e rappresentano il 58% del tempo totale speso in App. L’analisi della crescita delle diverse tipologie di App in termini di audience è esplicativa delle fasi d’evoluzione della pandemia.  Le prime tre App in termini di aumento degli utenti unici mensili sono soluzioni di videoconferenza (Teams, Zoom, Google Classroom), mentre quella con la crescita più forte nei primi undici mesi del 2021 è l’AppIO.

Dieta mediatica e variabile generazionale

Un altro fenomeno emergente è la progressiva polarizzazione e differenziazione delle diete mediatiche rispetto alla variabile generazionale.
Il dato medio sul totale popolazione vede la televisione ancora prevalente (76%), ma analizzando l’articolazione socio-demografica si osservano notevoli differenze. Nel segmento 18-24 anni la componente digital è prevalente (65%) con la categoria intrattenimento dominata dai provider di video online, che pesa per un 30% a fronte del 35% della televisione. Il peso della televisione cresce proporzionalmente all’aumentare dell’età, fino a raggiungere l’84% nel segmento over 45.