Adolescenti e mascherina, per 60% dei ragazzi indossarla non provoca disagi

Indossare la mascherina è diventata una necessità e una nuova consuetudine, come calzare le scarpe o indossare il cappotto prima di uscire di casa. Di certo, però, anche se ormai siamo abituati, il nuovo “outfit” di prevenzione non è il massimo della comodità né il top del fashion, oltre a rendere un po’ più difficile la comunicazione. Al 60% degli adolescenti, però, sembra che indossare la mascherina non provochi nessun particolare disagio, solo per il 26% può essere motivo di fastidio. La stragrande maggioranza dei ragazzi mostra di voler andare oltre l’aspetto fisico, senza preoccuparsi che la mascherina possa rovinare l’outfit. Guardare gli occhi dell’interlocutore è sufficiente per loro, perché difficilmente gli occhi possono mentire. L’importante è non rinunciare alla vita sociale.

Fatica a respirare, occhiali che si appannano, impossibile sorridere

Radioimmaginaria, il network europeo degli adolescenti dagli 11 ai 17 anni, con più di 300 speaker provenienti da 50 città in 8 Paesi, ha realizzato un sondaggio online per capire come l’uso della mascherina abbia influenzato i rapporti sociali degli adolescenti e quali metodi hanno trovato per comunicare a distanza. Il sondaggio è stato rivolto a oltre 300 ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 24 anni. Da quanto emerge dall’indagine per il 48,9% degli intervistati la fonte di maggiore stress nell’indossare la mascherina è la fatica a respirare, seguita dagli occhiali che si appannano (26,2%) e dall’impossibilità di sorridere (9,4%). Ma c’è anche un 6,1% secondo cui la mascherina provoca i brufoli.

Guardare gli occhi dell’interlocutore e analizzarne atteggiamento e comportamento

La stragrande maggioranza dei ragazzi interpellati riesce comunque a capire le emozioni e i sentimenti dell’interlocutore anche se indossa la mascherina. Ma quali stratagemmi usano per capirlo? Una parte degli intervistati sostiene di guardare gli occhi dell’interlocutore, mentre un’altra analizza l’atteggiamento e il comportamento dell’altro. Sono pochi quelli che fanno ricorso agli account social dell’interlocutore per verificare “che faccia abbia”.

Gli adolescenti non vogliono rinunciare alla socialità

Quali altri metodi usano gli adolescenti per comunicare tra loro, superando i limiti che impone la mascherina? Una buona parte degli intervistati dichiara di “giocare” sul tono della voce, e un’altra sui gesti, riporta Italpress. In ogni caso, gli adolescenti del sondaggio, nonostante il periodo particolarmente difficile come quello che stiamo vivendo, non vogliono rinunciare alla loro socialità. Anche se questo significa dover indossare la mascherina e parlarsi a distanza.

TV, sempre più interattiva, tech e personalizzata

Altro che “inchiodati” a guardare la Tv: questo oggetto, l’elettrodomestico per eccellenza, definito anche il nuovo focolare della casa, cambia volto. E da strumento passivo diventa attivo, attivissimo. Il cambiamento è dovuto, neanche a dirlo, alla tecnologia, che ha rivoluzionato sia apparecchi sia modalità di fruizione. Basti pensare che in una manciata di anni lo spettatore, o il fruitore, è diventato il “regista” della propria programmazione, scegliendo cosa, i tempi e i dispositivi su cui vedere i contenuti. “Il prime time, e non solo quello, oggi funziona anche grazie ai social network, sui quali i programmi vengono commentati, il cosiddetto ‘second screen’ e il telespettatore diventa parte integrante, giudice di un talent musicale o decisivo per un reality show” si legge una nota di Ansa che riprende il Trend Radar di Samsung, analisi che esplora il ruolo della televisione per gli italiani.

Tre dispositivi insieme

Il report evidenzia che circa 1 italiano su 2 utilizza quotidianamente più di tre dispositivi elettronici in contemporanea, principalmente si tratta dello smartphone (88%), del notebook (72%) e del televisore (65%). Dalle app di messaggistica istantanea (81%) alla navigazione sui social network (76%), dalla visione di film e contenuti multimediali (70%) all’interazione con le trasmissioni in diretta (67%), fino alla shopping online (67%): questi sono i principali usi quotidiani della tecnologia. Per il 62% degli intervistati, il principale vantaggio è poter fare più cose contemporaneamente. In un mondo multiscreen, per il 69% degli intervistati è normale guardare la TV mentre si guarda contemporaneamente il proprio smartphone, mentre un 67% commenta via chat e un altro 60% cerca sul device informazioni su ciò che sta guardando.

Un apparecchio sempre molto amato

Passano gli anni, ma gli italiani continuano ad amare la TV: il 70% la reputa un media che coinvolge e rende protagonisti, e il 60% la guarda principalmente quando è comodamente a casa. Ma una larga fetta di italiani la predilige per seguire film e serie tv (81%), mentre il 74% lo sport e il 61% i reality e talent show. Ma c’è anche un 53% che la utilizza per i videogame e un altro 48% che la utilizza per navigare in rete. In più, gli spettatori amano essere coinvolti nei live, con la possibilità di votare in tempo reale gli shop che si stanno guardando.

Smart, la Tv che vuoi

Ovviamente lo streaming fa strage di appassionati: il 79% degli intervistati preferisce visionare i contenuti su piattaforme di streaming, altri prediligono le app di videogiochi (62%) e più della metà sceglie di fare mirroring dallo smartphone al televisore, trasferendo i contenuti visualizzati sullo smartphone direttamente sullo schermo più grande del TV tramite Smart View (51%). Infine, il 44% sceglie l’applicazione Multi View per vedere due contenuti contemporaneamente.

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L’organizzazione del lavoro in Italia. Orari, luoghi, grado di autonomia

Com’è organizzato il lavoro in Italia? Come sono definiti gli orari e i luoghi, e qual è il grado di autonomia dei lavoratori? L’indagine sulle Forze di Lavoro dell’Istat ogni anno approfondisce un aspetto del lavoro, o alcune caratteristiche dei lavoratori. E il modulo ad hoc inserito nel questionario standard del 2019 raccoglie informazioni proprio sull’organizzazione e gli orari di lavoro degli occupati. L’obiettivo è valutare in che misura il lavoratore possa esercitare una certa autonomia in base alle proprie preferenze e necessità. Secondo i risultati della rilevazione oltre sette occupati su 10 (16,6 milioni di lavoratori) non hanno la possibilità di decidere l’orario di inizio o della fine della propria giornata lavorativa. Il 16,4% ha invece piena autonomia nella scelta, e un ulteriore 12,0%, pur dichiarandosi autonomo, è soggetto ad alcune limitazioni.

Le categorie più forti hanno maggiori margini di flessibilità oraria

Per i lavoratori dipendenti l’orario è definito dal datore di lavoro, mentre i vincoli che incontrano i lavoratori autonomi sono riferiti alle esigenze dei clienti o dalle norme. Gli uomini, i lavoratori dai 50 anni in su, e quelli con titolo di studio elevato (le categorie tradizionalmente più forti nel mercato del lavoro) hanno maggiori margini di flessibilità oraria. Più spesso degli altri lavoratori possono infatti decidere l’orario della giornata lavorativa, e più facilmente possono accedere a permessi e ferie, anche con breve preavviso. Più costrittive sono invece le condizioni lavorative di stranieri, giovani, donne e di chi ha un basso titolo di studio.

La flessibilità è richiesta dalle aziende

Accanto alla flessibilità richiesta dai lavoratori per esigenze personali vi è quella del datore di lavoro in ragione di esigenze produttive. A un quinto dei dipendenti viene richiesta una modifica dell’orario lavorativo almeno una volta a settimana, e a un ulteriore 22,6% almeno una volta al mese. Tali richieste sono più frequentemente rivolte agli occupati laureati, di sesso maschile o con cittadinanza italiana. Agli stranieri, alle donne e alle persone con bassa istruzione raramente viene chiesto di modificare il proprio orario di lavoro.

Lavoro da casa, più diffuso nel settore dei servizi

Tra i lavoratori autonomi, inclusi i dependent contractor, il 45,0% deve inoltre rivedere il proprio programma di lavoro almeno una volta a settimana per richieste di clienti o per variazioni della quantità di lavoro, e un ulteriore 18,5% lo deve fare almeno una volta al mese. Per quanto riguarda il lavoro da casa, che nel 2019 ha coinvolto circa 1,3 milioni di occupati, (5,7%) risulta più diffuso nel settore dei servizi, anche se con forti differenze tra i comparti. Lo adottano più di frequente il settore dell’informazione e comunicazione, insieme a quello dei servizi alle imprese. Inoltre, nel settore istruzione, l’abitazione rappresenta molto spesso il luogo di lavoro secondario. Il lavoro da casa è invece pressoché inesistente per gli occupati negli alberghi e ristorazione, trasporti e magazzinaggio, sanità e assistenza sociale, e servizi alle famiglie.

Durante il lockdown le famiglie hanno risparmiato in media 480 euro

Un’occasione per mettere mano alle spese domestiche e fare ordine tra i conti di casa. Il lockdown è stato anche questo, tanto che il 48,2% delle famiglie italiane, pari a 21 milioni di nuclei, tra marzo e giugno ha risparmiato in media 480 euro su alcune delle principali voci di spesa, come utenze, assicurazioni e prodotti finanziari. Si tratta dei risultati di un’indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat, che interrogando un campione rappresentativo della popolazione nazionale ha evidenziato come a essere stati ridotti con maggior frequenza sono i costi sostenuti per l’RC auto (14,4% del campione) e la bolletta della telefonia mobile (10,2%), mentre 4.500.000 famiglie hanno ridotto la bolletta elettrica, e il 9,2% quella del gas.

Riduzione delle tariffe e diminuzione del costo delle materie prime

A determinare questi risparmi sono state diverse cause. In alcuni casi, come per l’RC auto e moto, ha influito la riduzione delle tariffe applicate dalle compagnie, in altri, come per le utenze elettriche, ha inciso la diminuzione del costo delle materie prime, mentre in altri ancora il risparmio è stato determinato da un atteggiamento più attivo dell’utente. Con maggior tempo a disposizione è stato possibile confrontare le offerte presenti sul mercato trovando quella più adatta alle proprie necessità. Molte famiglie, il 9,1%, hanno invece dichiarato di aver risparmiato sulla carta di credito.

C’è chi ha risparmiato e chi no

Se a livello nazionale il 48,2% degli intervistati ha dichiarato di essere riuscito a risparmiare riducendo le spese di casa, la percentuale varia su base territoriale raggiungendo il valore più alto tra le famiglie residenti nelle regioni del Centro Italia (52,8%). Per quanto riguarda coloro che hanno ridotto le spese, a fronte di un risparmio medio di 480 euro, il 64% è riuscito a risparmiare meno di 300 euro, e il 18% tra 300 e 500 euro. Sono invece 22.700.000 le famiglie che hanno dichiarato di non essere riuscite a risparmiare. A livello territoriale la percentuale di chi non ha risparmiato è più alta tra i residenti nelle regioni del Nord Ovest (55,7%), al Sud e nelle Isole (51,7%).

Le spese che vorremmo ridurre

Se si confrontano i dati della rilevazione di luglio con quelli della medesima rilevazione condotta a gennaio 2020 la classifica delle spese sulle quali gli italiani vorrebbero risparmiare rimane invariata, ma le percentuali sono in calo.

La volontà di risparmio, ad esempio, è passata dal 64% al 61% per le bollette della luce, dal 60% al 57% per l’RC auto e dal 59% al 51% per la bolletta del gas. Unico valore in lieve aumento è quello relativo alle tariffe internet casa, voce di spesa sulla quale vogliono risparmiare il 35% delle famiglie, che a gennaio 2020 erano il 34%.

Imprese familiari, solo un terzo va oltre la terza generazione

Le imprese familiari sono ancora la base del tessuto imprenditoriale italiano – rappresentando i 2/3 delle imprese nazionali e contribuendo per il 60% alla produzione del PIL – ma solo il 30% di queste arriva alla terza generazione. Però, allo stesso tempo, in casi di criticità e di recessione questo tipo di azienda si dimostra  più attenta ai ricavi e agli investimenti a lungo termine. Sono alcuni dei dati che emergono dal Family Business Study 2019 condotto da Russell Reynolds Associates, società internazionale di consulenza manageriale ed executive search. Lo studio mette a confronto i Consigli di Amministrazione delle imprese familiari con quelli delle imprese non familiari, in Italia e in altri 3 Paesi europei: Francia, Germania e Spagna. Per ogni Paese sono state analizzate 40 società quotate, 20 familiari e 20 non familiari. Sono considerate imprese familiari quelle in cui i membri della famiglia risultano essere azionisti di riferimento, o coinvolti nel management e almeno alla seconda generazione.

Tutto in famiglia

Lo studio rivela che le imprese familiari italiane sono caratterizzate – e non è un gioco di parole – da una forte “familiarità”. Mantenendo invariato il numero dei membri del CdA rispetto alle imprese non familiari, il 28% dei membri del consiglio risulta infatti essere appartenente alla famiglia. Un dato in linea con quello di Francia e Spagna (26%); solo in Germania cala la presenza di membri della famiglia nel consiglio di amministrazione. Ne consegue che in Italia la famiglia tende ad esercitare un alto livello di controllo sull’azienda. Rispetto agli altri Paesi considerati dallo studio, le imprese familiari italiane risultano deficitarie sul piano della internazionalizzazione del proprio CdA: solo il 7% dei consiglieri è straniero, contro il 13% è nelle imprese non familiari. Il divario con gli altri paesi è netto: 30% in Francia, 18% in Germania e 17% in Spagna, a testimonianza di una maggior apertura internazionale delle imprese familiari di questi paesi.

Uomini ai vertici

Prendendo in esame i board delle imprese familiari, si denota una maggior digitalizzazione media dei consiglieri negli altri Paesi rispetto all’1% dell’Italia (Francia 11%), insieme a una maggiore presenza di membri del Consiglio con precedenti esperienze di CEO (Italia 36%, Spagna 43%, Francia 47%), e una maggiore esperienza di contabilità e finanza (Italia 7%, 16% Germania, 20% Francia). In Italia (così come in Spagna) il ruolo del presidente sembra essere appannaggio quasi esclusivo della compagine familiare. Un altro aspetto tipicamente italiano è che ai vertici non ci siano praticamente manager femminili: solo il 5% dei presidenti è donna (contro il 20% della Spagna).

Il 20% delle micro imprese trasloca le vetrine online

Nel corso dell’emergenza coronavirus il 20% delle microimprese italiane ha traslocato le vetrine online. Da quanto emerge dal report di GoDaddy (registrar americano di domini Internet) “Trasformazione digitale durante il lockdown: le micro imprese italiane, un’analisi sulle micro imprese e i loro comportamenti online”, durante il lockdown però solo il 41% delle micro aziende del nostro Paese aveva un sito web rilevabile tramite i motori di ricerca. Tuttavia, sottolinea lo studio, le micro imprese hanno dimostrato capacità di reazione per sopravvivere alla crisi dovuta all’emergenza sanitaria, e quasi un quinto delle “saracinesche” ha infatti attivato servizi di vendita online o di delivery, soprattutto nel settore della ristorazione.

Il 41% riesce a utilizzare un sito vetrina in maniera funzionale

La ricerca di canali alternativi è avvenuta nonostante il basso livello di digitalizzazione delle micro imprese attive nei settori di commercio al dettaglio, ristorazione e studi professionali. “Per queste micro imprese – si legge nello studio – il primo passo per la digitalizzazione è rappresentato dall’apertura di un sito web: tuttavia, solo il 41% riesce a utilizzare un sito ‘vetrina’ in maniera funzionale e a renderlo rilevabile tramite i motori di ricerca”, riporta Adnkronos. “Di queste, – aggiunge lo studio – solo il 27% riesce ad attrarre volumi di traffico rilevanti sul proprio sito web, registrando più di 500 visite al mese”.

Il 18% ha attivato servizi per vendere online

Secondo il Pmi Digital Index 2020 di GoDaddy l’indice di digitalizzazione delle Pmi italiane si attesta a 56/100, un punteggio migliorato di due punti rispetto all’anno scorso, riferisce il Corriere della Sera. Si assiste quindi a una lenta trasformazione digitale delle piccole realtà, complice il periodo di lockdown che ha dato una grande spinta alla vendita online e che ha portato le micro imprese a cercare canali digitali alternativi per garantire la continuità e la sopravvivenza dell’attività economica. Per quanto riguarda gli strumenti di vendita online (digital sales), solo il 29% delle micro imprese aveva già attivato servizi per vendere online prima del lockdown, ma il 18% del totale lo ha fatto durante questo periodo, e ha raccolto ordini tramite WhatsApp (23%), un canale ecommerce (14%) o social media (9%).

Il 19% ha attivato servizi di delivery

Per quanto riguarda il delivery, una micro azienda su 5 (19%) ha attivato servizi di delivery tramite sito web o ordinazioni telefoniche. Durante i mesi di emergenza, però, scarsa rilevanza è stata data dalle micro imprese ai servizi informativi: solo il 6% ha introdotto ad esempio servizi di newsletter per rimanere in contatto con i propri clienti. Sulla performance, invece, l’analisi di GoDaddy mostra che “solo pochi casi virtuosi (10%) hanno attivato investimenti significativi durante il periodo di lockdown e incrementato il traffico verso il proprio sito – commenta Gianluca Stamerra, Regional Director di GoDaddy per Italia, Spagna e Francia -. Allo stesso tempo, il fatto che il 63% delle piccole aziende con sito rilevabile riesca a generare meno di 500 visite mensili dimostra che esiste un enorme potenziale di miglioramento”.

L’ ambiente entra nella hit delle priorità per gli italiani

L’ambiente entra con prepotenza nella hit delle priorità di vita degli italiani. Sette italiani su 10 (68%) dimostrano di saper definire correttamente la biodiversità, e 4 italiani su 10 mettono in collegamento la perdita di biodiversità e l’alterazione degli ecosistemi con le conseguenze catastrofiche per l’abitabilità terrestre, compresa la pandemia Covid-19. Solo 1 italiano su 10 (9%) ritiene che non valga la pena preoccuparsi, e che la perdita di biodiversità sia fisiologica nell’evoluzione degli ecosistemi. Ma nell’insieme oltre 3/4 dell’opinione pubblica coglie la serietà delle condizioni.

Come preservare la biodiversità?

Preservare la biodiversità, quindi, ma come? Secondo i risultati del Rapporto #Biodiversità, I care 2020 dell’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market/Swg. per 1 italiano su 2 (50%) sono necessari prodotti e detersivi a basso impatto ambientale, mentre per il 42% degli intervistati la strada è privilegiare un carrello della spesa composto dalla varietà di prodotti agroalimentari del territorio.

Inoltre, per 1 italiano su 4 è importante l’impegno nel riutilizzo del cibo avanzato in compost per giardinaggio, e 1 su 5 individua nella pratica di piccole coltivazioni di orto/giardino la valorizzazione della biodiversità. Per il 17%, invece, è fondamentale l’esperienza diretta attraverso escursioni e viaggi in luoghi ad alta biodiversità e aree protette.

Quali azioni in favore del basso impatto ambientale

Quanto alle azioni da intraprendere in favore dell’ambiente, un italiano su 2 (53%) si dichiara in prima linea nella raccolta differenziata, e il 50% degli intervistati ritiene si debba guardare innanzitutto alla prevenzione dello spreco alimentare. Inoltre, 4 intervistati su 10 (40%) sono disponibili a ridurre i propri consumi idrici ed energetici, e quasi altrettanti (37%) a effettuare piccoli spostamenti a piedi, in bicicletta, o in monopattino. Meno fortuna per la dotazione di pannelli solari (25%) o l’acquisto di auto elettriche (20%), e solo 1 italiano su 10 (12%) si dichiara disposto a ridurre viaggi e movimentazione a mezzo aereo, mentre il 13% si considera già su standard adeguati a livello di comportamenti e abitudini sostenibili.

Il lockdown e i segnali di un habitat più sano

Nelle settimane di lockdown secondo l’83% degli italiani l’aria pulita era il termometro di un habitat più sano, e per 7 intervistati su 10 le acque di mari, fiumi e laghi più pulite, oltre alla maggiore varietà o presenza di volatili nei cieli (63%) e di specie animali che in precedenza non si avventuravano nelle aree urbane (56%).

Nella crisi complessiva della biodiversità sono infatti le specie animali a farsi notare di più per la loro rarefazione. Per il 66% degli italiani soprattutto farfalle e insetti, e per il 63% grilli, rane e cicale.

Un segnale inquietante arriva per 6 intervistati sulle 10 dalle cosiddette specie aliene. Piante o animali invasivi di origine esotica e alloctona che avvistiamo nel nostro ambiente e che sono stati importati dalla loro area di origine.

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Spesa online, una nuova abitudine per gli italiani

A partire dal mese di marzo la penetrazione del canale online per il settore del Largo Consumo in Italia è cresciuta in maniera significativa. Il 37% delle famiglie italiane che hanno fatto la spesa online nelle ultime settimane non aveva mai fatto acquisti sul web di prodotti FMCG ((Fast Moving Consumer Goods, Beni di largo consumo) nell’ultimo anno, e la domanda supera le capacità dell’offerta, tanto che il 19% delle famiglie avrebbe voluto fare la spesa online, ma non ci è riuscito. Questo è il risultato del monitoraggio settimanale che GfK ha attivato a fine febbraio  per analizzare gli effetti del Coronavirus sui mercati, i consumatori e i media. E offrire alle aziende gli strumenti di conoscenza per affrontare la Fase 2 e prepararsi per la “nuova normalità” che ci attende nei prossimi mesi.

Per molti si è trattato della prima volta in assoluto

Secondo il Consumer Panel GfK nell’evoluzione degli acquisti di beni di largo consumo nei primi mesi del 2020 emerge che un numero crescente di italiani ha iniziato a fare la spesa online durante il lockdown. Nei primi tre mesi dell’anno la percentuale di famiglie che hanno acquistato online almeno una volta sul totale Universo famiglie Italiane rispetto allo stesso periodo del 2019 è infatti cresciuta di +4,6 punti. E se la crescita più significativa si è avuta nel mese di marzo per molti si è trattato del primo esperimento assoluto di spesa online.

Il 19% delle famiglie ha cercato di fare la spesa online, ma non ci è riuscita 

Il 37% delle famiglie italiane che hanno fatto la spesa sul web nel mese di marzo non aveva mai effettuato un acquisto di prodotti FMCG nel canale online nei 12 mesi precedenti. Ma non solo, guardando alla domanda dei consumatori, questo numero avrebbe potuto essere ancora più elevato. Infatti, secondo le rilevazioni GfK nel mese di marzo il 19% delle famiglie ha cercato di fare la spesa online, ma non ci è riuscita a causa di limiti strutturali delle piattaforme della distribuzione, che si sono trovate ad affrontare in pochi giorni una crescita esponenziale delle richieste.

Il lockdown ha comportato un’accelerazione dei comportamenti dei consumatori

Il lockdown ha sicuramente comportato un’accelerazione dei comportamenti dei consumatori italiani, che nelle scorse settimana hanno iniziato a utilizzare il canale online per fare acquisti di prodotti di Largo Consumo. Sarà importante quindi continuare a monitorare l’evoluzione della Fase 2, per capire se e in quale misura questi comportamenti entreranno a far parte in maniera stabile delle abitudini degli italiani

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Niente sarà più come prima, come vivremo dopo la pandemia

“Non sarà più come prima”, lo stesso concetto diffidente che ha inaugurato diverse fasi storiche come il dopoguerra, il post 11 settembre o l’avvento dell’euro, applicato al quotidiano ci costringe oggi a modificare il futuro.

Un’ammissione di incertezza che in queste settimane di quarantena mette d’accordo tutti, da politici e sociologi a influencer, star dello spettacolo, studenti, imprenditori e casalinghe. Quando torneremo a uscire, dovremo abituarci a scambiare tempo in cambio di sicurezza, anteporre il binomio diffidenza-distanza alle abitudini post-globalizzazione, convivere con mascherine e guanti. Di certo dovremo ripensare a come gestire e relazionarci a i diversi ambiti della nostra vita. Almeno nel medio termine.

Casa e controlli

Alcune abitudini domestiche rimarranno, ma dovendo diffidare dell’ascensore, nel quale è difficile mantenere le distanze, continuerà la riscoperta delle scale, utili anche all’esercizio fisico. Per garantire la sicurezza dell’ambiente domestico si è ormai diffusa l’abitudine “giapponese” di abbandonare le scarpe all’ingresso. Mascherine, guanti e detergente saranno i nuovi accessori obbligati che accompagneranno chiavi e portafoglio, riporta Ansa. E saremo costretti a cedere sul piano della privacy. Il tracciamento da parte di app per individuare assembramenti o contatti con persone infette è cosa di giorni, ma il futuro non ha limiti. Le app potrebbero spingersi a individuare comportamenti a rischio e in base ai dati virtuosi raccolti, alle app potrebbe essere affidata l’ultima parola per l’ingresso in luoghi di aggregazione

Smart working, scuola ed e-commerce

Lo smart working si sta diffondendo forzosamente. Superata la quarantena si tornerà in fabbrica e negli uffici, ma alcune attività resteranno efficienti anche ai “domiciliari”. Anche scuole e università dovranno riorganizzarsi: distanze, buone pratiche e disinfettanti, maggior uso della tecnologia, con corsi e lezioni online. Le università in particolare adotteranno il numero chiuso per chi la lezione vuole seguirla dall’aula, predisponendo sale di ascolto o accessi da remoto per gli altri. E se il coronavirus ha fatto volare l’online, la tendenza si rafforzerà ancora. Chi durante la quarantena si è abituato a fare acquisti a distanza forzerà i punti vendita a trasformarsi in centri di distribuzione a domicilio per ordini effettuati da cataloghi.

Trasporti, ristoranti, palestre, cinema

Dopo anni di campagne promozionali per scoraggiare l’uso dell’auto, ora bus, metropolitane e treni sono i nuovi “nemici”. Per riavvicinare gli utenti le società di gestione stanno studiando nuovi piani operativi, con spazi delimitati per l’attesa e corse a “numero chiuso”. E dopo decenni di espansioni delle low cost le compagnie aeree dovranno riprogettare le procedure, dai termo scanner agli imbarchi a posti contingentati e assegnati ad adeguata distanza.

Ovviamente cambierà anche il modo di andare al ristorante, dove verrà limitato il numero di clienti che vi accedono, con distanza di oltre due metri tra i tavoli, e prenotazioni obbligatorie. Le palestre di grandi dimensioni invece si attrezzeranno con percorsi costruiti sull’uso di macchine ad personam, puntando su corsi online con personal trainer in video. E al cinema i posti potrebbero essere assegnati con prenotazione a un numero limitato di spettatori.

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Più donne nelle cariche direttive, soprattutto in Lombardia

Sono oltre un milione, di cui 798mila titolari, e rappresentano il 25% delle cariche attive. In Italia crescono negli anni le cariche direttive nelle aziende occupate da donne, soprattutto in Lombardia. Tra amministratori, procuratori e titolari nella regione lombarda sono oltre 161mila, e se erano 142mila dieci anni fa, l’aumento del +13,7% è molto più forte rispetto a quello degli uomini, che dal 2009 cresce solo del +1,9%. Inoltre, se le titolari di ditte individuali in Lombardia sono ancora la prevalenza (93.606), in 10 anni, dal 2009 al 2019, salgono da 42.252 a 52.505 le amministratrici di società attive (+24%). Soprattutto nei settori commercio, servizi alla persona, ristorazione e immobiliare. Emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese relativi alle cariche attive.

Milano concentra 63.894 presenze femminili nei Cda

In generale, quasi una carica direttiva su quattro in Lombardia è ricoperta da una donna, con punte del 28% a Sondrio e del 25% a Pavia e Varese. Ma è Milano a concentrare 63.894 cariche femminili (+26,2% in dieci anni), seconda in Italia dopo Roma (84.501). Rispetto alle altre province a Milano prevalgono nettamente le cariche direttive femminili in società (37mila circa tra cui 25 mila amministratori e 12 mila procuratori) rispetto alle titolari (27mila). Tra le prime a livello nazionale anche Brescia, con 19.536 donne che ricoprono cariche direttive. Seguono, in regione, Bergamo, con 18mila, Monza Brianza e Varese, con 11mila. A Monza Brianza segnano +31,5% in dieci anni.

Una carica femminile su 20 in Lombardia è occupata da una donna sotto i 30 anni

I settori con maggiore presenza femminile a livello direttivo in Lombardia sono il commercio al dettaglio, i servizi alla persona e di ristorazione, dove prevalgono le titolari, mentre nel commercio all’ingrosso e nella attività immobiliare gli amministratori e procuratori donna sono la maggioranza.

In media una carica femminile su venti in Lombardia è occupata da una donna sotto i 30 anni, mentre le nate all’estero rappresentano il 16% con prevalenza di cinesi e rumene.

In Italia donne più presenti alla guida di imprese del commercio e dell’agricoltura

In Italia le presenze femminili in dieci anni crescono del 3,9%, e sono attive soprattutto nel commercio al dettaglio (232mila cariche), nelle coltivazioni agricole (199mila), nei servizi alla persona. In Italia in media le giovani sotto i 30 anni rappresentano il 57% del totale, mentre le nate all’estero il 12,3% con prevalenza di cinesi e rumene. La classifica è guidata da Roma, con 84.501 cariche, e Milano, con 63.894, seguita da Napoli (48.392), Torino (37.699), Bari (26.776), Salerno (23.021), Brescia (19.536), Firenze (19.147) e Caserta (18.918). Ed è a Caserta e a Salerno che la presenza delle donne pesa di più sulle cariche direttive, dove sono oltre il 26%.