Sostituzione caldaia: come scegliere?

Se la nostra vecchia caldaia comincia a fare i capricci, facciamo bene a chiederci se sia arrivato il momento di sostituirla con una nuova o meno.

Molto dipende chiaramente dall’età della caldaia e dalle sue condizioni. Se essa ha superato i 10 anni, o se presenta dei malfunzionamenti che richiedono un esborso economico per il quale è più conveniente acquistarne una nuova, a questo punto è meglio pensare di sostituirla.

È proprio in questo momento che sorge l’interrogativo relativo a quale caldaia acquistare. In commercio ne esistono infatti diversi modelli e i parametri per sceglierne una piuttosto che un’altra non sempre sono noti all’utente medio.

Si tratta di ogni modo di piccole cose che è bene studiare per cercare di fare un acquisto azzeccato e dunque di acquistare una caldaia che sia commisurata alle esigenze della famiglia.

Ecco di seguito quali sono le cose da tenere a mente, così da poter individuare il dispositivo più adatto alle proprie necessità.

La classe energetica

Quello della classe energetica è un aspetto sicuramente prioritario. La classe energetica ci dice infatti quali sono effettivamente i consumi della caldaia che stiamo pensando di acquistare.

Certamente una caldaia con una classe energetica superiore potrebbe costare qualcosina in più rispetto una con una classe energetica inferiore, ma potrebbe consentirci di recuperare l’investimento nel corso del tempo, dato che è in grado di assicurare consumi più bassi e dunque un certo risparmio in bolletta.

Per questo una delle prime cose che dobbiamo valutare quando pensiamo di acquistare una nuova caldaia è la sua classe energetica.

Il prezzo

L’errore che commettono in molti è quello di cercare la caldaia con il prezzo più basso. Va bene risparmiare, ma considera che se una caldaia costa veramente poco, probabilmente non è della stessa qualità di una di fascia di prezzo superiore.

Considerando che si tratta un dispositivo che viene utilizzato continuamente nel corso dell’anno, fai bene ad investire qualcosa in più per avere un prodotto migliore.

Non per forza devi comprare la più costosa sul mercato, ma puoi provare a cercare un buon compromesso…il classico rapporto qualità/prezzo più conveniente.

La potenza

La potenza è un fattore determinante per ogni tipo di caldaia. Maggiore è la potenza della caldaia infatti, maggiore sarà la sua capacità di riscaldare l’acqua in un arco di tempo minore.

Solitamente, è necessario valutare l’acquisto di caldaie con potenza superiore alla media nel momento in cui le si vanno ad installare all’interno di appartamenti particolarmente grandi o in cui vi è un nucleo familiare particolarmente numeroso.

Lo spazio

Ad influenzare la tua scelta sarà anche il luogo che ha individuato per posizionare la tua nuova caldaia. Se desideri posizionarla all’interno di un ambiente chiuso, potresti aver qualche problemino con gli spazi.

Per questo motivo in tal caso potresti valutare l’acquisto di una caldaia dalle dimensioni più compatte.

All’esterno invece, puoi disporre sicuramente di maggior spazio e dunque puoi pensare anche ad una caldaia dalle dimensioni standard.

Conclusione

Quando una caldaia comincia a dare segni di cedimento, quello è il momento giusto per pensare di sostituirla con un modello più moderno e performante, anche dal punto di vista dei consumi.

Come hai visto, i criteri da tenere in considerazione per la sua sostituzione non sono poi tantissimi, ma al contrario si tratta di piccole cose che puoi gestire facilmente anche se non sei un esperto.

Puoi parlarne anche con il tuo tecnico di installazione caldaie di fiducia per avere il parere di un esperto e sapere se la caldaia che pensi di aver individuato possa effettivamente essere la scelta giusta per la tua famiglia.

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Cosa fare se l’acqua del rubinetto presenta troppo calcare

Il calcare in eccesso presente nell’acqua di rubinetto è un problema comune a tantissime persone. Chiaramente non è consigliabile il bere un’acqua con una presenza eccessiva di calcare, tecnicamente chiamata “dura”, perché possono esserci diversi effetti nocivi sulla nostra salute.

Troppo calcare nell’acqua potrebbe ad esempio andare ad appesantire il lavoro dei reni, o contribuire alla formazione di quelli che comunemente chiamiamo “calcoli renali”. Meglio evitare di fare questa esperienza dunque, e giocare d’anticipo.

A parte questo, possono esserci altri piccoli problemi che possiamo riscontrare direttamente in casa quando l’acqua cui abbiamo accesso dal rubinetto è troppo ricca di calcare. Vediamo insieme quali.

I problemi legati al calcare nell’acqua del rubinetto

I problemi che tipicamente si riscontrano quando l’acqua del rubinetto di casa presenta troppo calcare sono noti. Tra questi ad esempio, il malfunzionamento di diversi elettrodomestici che necessitano di acqua per funzionare.

Il caso classico è quello del ferro da stiro, il quale va rapidamente a rovinarsi se l’acqua che mettiamo al suo interno presenta troppo calcare. I fori di emissione vanno infatti lentamente ad ostruirsi al punto che poi la fuoriuscita di vapore non è più sufficiente.

Lo stesso si può dire per la macchinetta del caffè o per qualsiasi altro dispositivo che necessiti di acqua per funzionare. Qui il calcare va ad accumularsi nel tempo andando lentamente ad impedire al dispositivo di lavorare correttamente, per questo va effettuata l’operazione di decalcificazione.

Inoltre il calcare in eccesso va a rovinare anche la rubinetteria ed i sanitari, macchiando in maniera quasi permanente, ma non solo. Eventuali piatti doccia di colore scuro o pareti della doccia dello stesso colore possono macchiarsi di bianco e necessitano dell’utilizzo di determinati di prodotti chimici per tornare ad essere come muovi.

Chiaramente tali prodotti chimici a lungo andare causano anch’essi dei problemi per cui le conseguenze del calcare si noteranno comunque a lungo andare. Dunque non sono soltanto elettrodomestici ed i dispositivi di casa, ma anche rubinetteria e soffioni doccia a risentirne.

Questi ultimi spesso tendono ad intasarsi e vanno smontati e puliti adeguatamente per poter ricominciare a funzionare normalmente. Da qui la necessità di trovare una soluzione che consenta di rimuovere il calcare in eccesso dall’acqua presente nel rubinetto di casa.

In questi casi, un depuratore d’acqua risolverebbe egregiamente il problema, per questo tante persone sono interessate a scoprire i depuratore acqua casa prezzi per comprendere l’effettivo risparmio.

I vari tipi di depuratori d’acqua esistenti in commercio

La tipologia di depuratore da scegliere cambia in base al tipo di acqua che arriva in casa. Ogni tipo di depuratore è in grado di risolvere esigenze specifiche. Vediamo di seguito insieme i quattro tipi principali di depuratori esistenti in commercio

Depuratori ad osmosi inversa

I depuratori ad osmosi inversa sono la tipologia più diffusa e maggiormente presente in casa. Si tratta di un dispositivo che riesce ad eliminare dall’acqua i vari elementi nocivi o quelli troppo pesanti, come i nitrati. I depuratori ad osmosi inversa funzionano grazie ad una speciale membrana che consente loro di filtrare l’acqua trattenendo così le impurità.

Addolcitori

Gli addolcitori sono da preferire quando l’acqua che arriva nel rubinetto di casa è troppo ricca di calcare. Essi lavorano infatti grazie ad un particolare procedimento chimico che funziona con uno scambio ionico per il quale riescono ad eliminare la durezza dell’acqua, e dunque ridurre la presenza di calcare. Al tempo stesso gli addolcitori aggiungono del sodio.

Filtri al carbone attivo

I filtri al carbone attivo non hanno un impianto a sé, come per gli altri tipi di filtri, ma questi vengono applicati direttamente al rubinetto. Essi hanno il compito di rimuovere il cloro in eccesso e altre sostanze nocive. Il vantaggio dell’adottare tale tipo di filtro sta certamente nel fatto che la sua installazione è particolarmente rapida.

Sistemi di microfiltrazione

Esistono infine i sistemi di microfiltrazione, i quali sfruttano una particolare membrana che consente loro di rimuovere le parti solide dall’acqua, rendendola così più leggera e sicura.

Adesso hai dunque a disposizione tutte le informazioni che ti possono aiutare ad individuare il tipo di depuratore più adatto in base alla qualità dell’acqua cui hai accesso dal rubinetto di casa.

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L’importanza della prevenzione nella cura del cancro al seno

Le statistiche in Italia fornite dal Ministero della Salute evidenziano come 4 casi su 10 di cancro nelle donne siano localizzati nel seno.

Si tratta di una eventualità che purtroppo è ancora oggi largamente diffusa, nonostante la scienza abbia fatto passi da gigante in tal senso, e la ricerca sia sempre più vicina a trovare le cure definitiva possano aiutare a sconfiggere questa malattia.

Al momento comunque, la prevenzione rimane l’arma più importante a disposizione di ogni donna per riuscire a individuare in tempo questo tipo di patologia e accedere così con largo anticipo alle cure necessarie, aumentando in maniera esponenziale le probabilità di guarigione.

Prevenzione e l’importanza dell’autopalpazione

Una delle cose più importanti che è possibile fare per individuare con il maggior anticipo possibile questa patologia è quella di effettuare periodicamente la autopalpazione. Si tratta di una semplice pratica che è possibile adoperare autonomamente in casa e senza l’ausilio di alcun tipo di strumento se non le proprie mani.

È sufficiente per questo circoscrivere dei piccoli cerchi sul seno con le dita andando alla ricerca al tatto, di eventuali noduli o qualsiasi altra cosa che possa apparire come un corpo estraneo. È bene inoltre osservare anche la forma e l’aspetto del seno per vedere se vi sono delle irregolarità o differenze rispetto al passato, e questa operazione va ripetuta anche nelle cavità ascellari.

Se in occasione della autopalpazione si dovesse riscontrare la presenza di qualsiasi cosa che possa apparire come sospetta è bene avvisare tempestivamente il proprio medico di famiglia oppure effettuare direttamente una visita senologica così da avere il parere di un esperto.

È bene comunque sottolineare che i classici noduli che di tanto in tanto si presentano non sono pericolosi e che possono essere curati e risolti in maniera semplice, assumendo determinati farmaci che è sempre lo specialista a dover prescrivere.

Un controllo da effettuare annualmente

Ad ogni modo è bene far visitare il seno ad uno specialista almeno una volta l’anno così da avere la certezza che tutto sia a posto. Questo tipo di visita va effettuata annualmente quando si superano i 35 anni; nel caso invece vi sia in famiglia una precedente storia di tumore al seno, è bene invece andare ad effettuare questo tipo di controllo a partire già dai 30 anni in poi.

Le statistiche mostrano infatti con chiarezza che le donne le cui famiglie hanno già alle spalle una certa casistica di tumore al seno, hanno molte più probabilità di sviluppare questa malattia ed è bene per questo iniziare con un certo anticipo ad effettuare delle visite di controllo.

La prevenzione può essere determinante

Adottare questi semplici accorgimenti e già davvero molto importante per la prevenzione e consente di ridurre in maniera drastica l’avanzare della malattia e dunque evitare conseguenze anche gravi.

Grazie alla prevenzione è infatti possibile riuscire ad andare a lavorare per tempo su questa patologia aumentando notevolmente l’efficacia delle cure e dunque le probabilità di successo delle stesse, consentendo alla persona interessata di tornare rapidamente alla vita di prima senza dover affrontare delle cure particolarmente invasive.

Prevenzione significa dunque giocare d’anticipo, dover affrontare cure meno invasive, avere tempi di convalescenza più brevi ma soprattutto avere molte probabilità in più di guarigione.

Questo è il motivo per il quale ogni donna dovrebbe prendere seriamente in considerazione l’idea di iniziare ad effettuare l’autopalpazione (se non lo fa ancora) e a prescindere prendere anche la buona abitudine di far controllare periodicamente il seno ad uno specialista così da avere la certezza che tutto sia a posto e che non sia necessario effettuare alcun tipo di ulteriore analisi diagnostica strumentale.

È possibile personalizzare le cassette postali?

Le cassette postali non svolgono più un ruolo esclusivamente pratico: esse infatti, non sono più utili esclusivamente per ricevere la corrispondenza e tenerla al sicuro in nostra assenza fino al momento in cui la ritireremo, ma nel corso degli anni hanno acquisito anche un altro scopo non indifferente.

Oggi infatti le cassette postali condominiali rappresentano un importante elemento d’arredo esterno in grado di comunicare a chi le osserva tutta l’eleganza e la ricercatezza che gli abitanti di quell’edificio hanno deciso di adottare.

Parliamo dunque di un importante strumento in grado non soltanto di svolgere una funzione pratica, ma anche di comunicare qualcosa di noi agli altri, lasciando loro percepire una chiara sensazione di cura e raffinatezza.

Le cassette postali personalizzate

Proprio in conseguenza del fatto che la componente estetica sia diventata così importante, oggi sono sempre più i condomini che richiedono la realizzazione di cassette della posta personalizzate che possono venire incontro alle particolari esigenze del condominio (ad esempio cassette che possono ospitare anche pacchetti oltre che la corrispondenza, oppure i depliant pubblicitari più grandi) anche dal punto di vista dell’immagine.

Il mercato offre chiaramente soluzioni di questo tipo, ed è possibile pensare a cassette della posta personalizzate che presentano esattamente la forma, il colore, le dimensioni ed il tipo di installazione richiesto dal cliente. Ciò vale sia per le cassette da interni che per quelle poste sulla pubblica via, le quali sono tipicamente interessate dalle intemperie o dai tentativi di scasso e devono per questo essere anche particolarmente robuste e resistenti.

La resistenza dell’alluminio

Da questo punto di vista l’alluminio è un materiale assolutamente in grado di garantire il massimo della robustezza della resistenza: i modelli realizzati al 100% in alluminio hanno infatti una elevata resistenza all’ossidazione e sono sufficientemente robusti per resistere ai tentativi di scasso e di prelievo da parte di malintenzionati.

È possibile inoltre scegliere tra diverse decine di colori differenti quello che maggiormente si adatta al tipo di contesto in cui la nuova cassetta della posta andrà inserita, con la possibilità di avere anche tinte lucide e opache. È possibile anche far inserire delle decorazioni a piacere per una personalizzazione che sarà veramente completa.

Questa soluzione è veramente il massimo per migliorare l’estetica dell’ingresso del condominio, ma possono usufruirne allo stesso modo uffici, aziende e attività commerciali di ogni tipo che possono anche pensare di inserire una ulteriore personalizzazione quale il proprio logo ad esempio, per conferire un aspetto ancora più curato e identificativo della propria attività.

Una necessità dettata dalle nuove abitudini d’acquisto

Quella della casella di posta personalizzata e una opzione sempre più richiesta al giorno d’oggi, considerando anche che le nostre abitudini d’acquisto sono cambiate nel corso degli anni e di conseguenza siamo tutti molto più propensi a fare online  almeno una parte del nostro shopping.

Da qui nasce ad esempio la necessità di avere cassette postali più ampie e spaziose in grado di poter contenere anche i pacchetti che acquistiamo online, evitando dunque che il portalettere sia costretto a poggiarli per terra. In questo caso infatti, eventuali malintenzionati o persone di passaggio potrebbero sottrarre furtivamente il nostro pacchetto o semplicemente leggere i nostri dati personali scritti sulla confezione, andando così a violare la nostra privacy.

Ecco il motivo per il quale le cassette postali personalizzate riscuotono oggi un interesse crescente da parte degli utenti, e le tantissime possibilità di personalizzazione oggi esistenti consentono effettivamente a tutti di poter individuare la soluzione perfetta per risolvere esigenze specifiche e particolari.

La tua nuova cucina… da Pedrazzini Arreda

La cucina rappresenta sicuramente uno degli spazi più complessi degli ambienti in cui viviamo, dato che al suo interno vengono svolte la maggior parte delle attività che si susseguono nel corso della giornata. È qui che riceviamo gli amici per un caffè, è qui che ospitiamo amici e parenti per una cena gustosa, è qui che nasce la sperimentazione di piatti e pietanze sempre nuove. Proprio perché si tratta di un ambiente assolutamente vissuto nel corso della giornata, è bene che sia il più confortevole e ospitale possibile senza dimenticare l’aspetto funzionale: una cucina deve innanzitutto essere pratica da utilizzare, ed il più possibile personalizzata affinché chi la utilizza nella quotidianità possa completamente sentirsi a proprio agio. Per rinnovare la tua cucina, la scelta migliore che tu possa fare è Pedrazzini Arreda, che da oltre 60 anni progetta, realizza e commercializza bellissime cucine a Milano, interamente personalizzabili per andare incontro ai tuoi gusti o esigenze.

Questa importante azienda potrà occuparsi anche del ritiro e dello smaltimento  della tua vecchia cucina, per far spazio a quella nuova. Ogni soluzione è inoltre interamente personalizzabile, per far si che la tua nuova cucina possa veramente rappresentarti e farti sentire perfettamente a tuo agio. Gli abilissimi interior designer potranno anche mostrarti un’anteprima assolutamente reale di quella che sarà la tua nuova cucina all’interno di casa tua grazie a sofisticati programmi di elaborazione tridimensionale. Pedrazzini Arreda è esclusivista di zona dei marchi Veneta Cucine e Arredo 3, il che è per te ulteriore garanzia di qualità e affidabilità. Sarai seguito in tutte le fasi del processo di evoluzione della tua nuova cucina, dalle fasi di progetto a quelle di messa in opera per mezzo degli abili montatori e falegnami che si occuperanno dell’installazione. Per qualsiasi tipo di informazione puoi contattare il recapito telefonico 0298491249 o recarti direttamente presso lo showroom sito in Via Leone Tolstoi 81 a San Giuliano Milanese (MI).

Enterprise architect: un ruolo strategico anche nel 2022

Quali sono le sfide affrontate dalle organizzazioni in termini di enterprise architecture, e qual è l’impatto dell’enterprise architecture sul business? La maggior parte delle organizzazioni considera ancora l’enterprise architecture principalmente come un reparto di supporto alla tecnologia, invece di considerarla come la spina dorsale essenziale per lo sviluppo del business. Gli enterprise architect rimangono però ottimisti sull’evoluzione del loro lavoro e sulla sua importanza nelle organizzazioni. MEGA International, società globale di software, presenta i risultati dello studio internazionale condotto dall’istituto Enterprise Strategy Group sulle tendenze dell’enterprise architecture nel 2022. L’indagine ha coinvolto 300 professionisti dell’enterprise architecture in Europa (50%) e Stati Uniti (50%).

Le aziende hanno ancora una visione incentrata sull’IT

Di fatto, il 44% delle aziende ha una visione dell’enterprise architecture incentrata sull’IT, rispetto al 26% che concentra la visione sul business. Solo il 18% degli architetti intervistati dichiara di essere sistematicamente consultato sui progetti di sviluppo aziendale. Tuttavia, la ricerca sottolinea che le collaborazioni interne con gli enterprise architect riguardano soprattutto i reparti di sicurezza, R&D e sviluppo delle applicazioni, aree in cui il valore aggiunto dell’architettura d’impresa non ha più bisogno di essere dimostrato. In particolare, il reparto sicurezza riconosce al 77% l’elevato valore aggiunto associato al Risk and Compliance Management (GRC). Allo stesso modo, le organizzazioni che considerano l’enterprise architecture principalmente come supporto tecnologico (46%), riconoscono il suo innegabile valore nella governance dei dati e nell’efficienza nella gestione dei costi IT.

Le principali sfide affrontate dagli architetti d’impresa

L’80% degli architetti aziendali intervistati afferma che la propria azienda soffre ancora di troppi processi manuali, e il 79% ritiene di avere molte difficoltà a collaborare con l’intera organizzazione, mentre lo scopo principale dell’enterprise architecture sarebbe quello di supportare le attività dell’azienda e la loro trasformazione. Di conseguenza, per la stragrande maggioranza degli intervistati, i progetti richiedono tempi di realizzazione più lunghi (77%) e costi più elevati (78%) del previsto. Eppure, nonostante i progetti siano considerati difficili, lunghi e costosi, gli architetti sono sostanzialmente soddisfatti. E 7 intervistati su 10 ritengono che i loro team EA aggiungano valore nelle aree chiave che hanno identificato.

Aumentano gli investimenti

Il 70% delle organizzazioni riferisce che gli investimenti nell’enterprise architecture sono aumentati in media del 15,7%, e il 97% sta pianificando investimenti significativi nei prossimi due anni. Le motivazioni principali sono la migliore gestione delle informazioni, il miglioramento dei processi aziendali e le architetture cloud. In generale, il valore della professione di business architect è considerato positivo all’interno delle organizzazioni, con il 56% degli architetti che si sente riconosciuto internamente. Per 6 architetti su 10 è una professione che offre aumenti delle competenze e prospettive di sviluppo.

Formazione digitale: l’Italia è in ritardo, solo il 46% ha competenza di base

A livello mondiale è in corso una vera e propria rivoluzione industriale nei comparti manifatturiero e agricolo: è quella avviata dall’ingresso delle tecnologie digitali. Una rivoluzione che presenta numerose opportunità per l’Italia e le sue aziende, ma anche tante sfide, a cui istituzioni, aziende e stakeholder devono rispondere in maniera coordinata. E la sfida numero 1 è quella delle competenze, l’elemento necessario per essere competitivi in mercati sempre più dinamici, nonché la leva che garantisce una maggiore inclusione economico e sociale. Questo è il principio che ha guidato la realizzazione dello Studio Verso un New Deal delle Competenze in ambito agricolo e industriale, elaborato da The European House – Ambrosetti, in collaborazione con Philip Morris Italia.

Un New Deal delle competenze legate alle tecnologie 4.0

L’obiettivo dello studio è proprio quello di definire gli elementi per un New Deal delle competenze legate alle tecnologie 4.0. Di fatto, l’Italia risulta in ritardo sulle competenze digitali, sia per quanto riguarda la formazione in ingresso sia per quanto riguarda la formazione permanente. Il Paese risulta 24° su 27 nell’indice Digital Economy and Society Index (Desi) della Commissione Europea, con una performance particolarmente deludente sul fronte del capitale umano digitale. Il nostro ritardo digitale è particolarmente forte nelle competenze, dove L’Italia si posiziona terzultima in Europa con appena il 46% della popolazione adulta con competenze digitali di base. Il ritardo è confermato anche da altri indicatori chiave, tra cui il numero di laureati in corsi di laurea Ict e discipline Stem, nonché da un importante divario di genere: solo il 17% dei professionisti Ict è donna.

Manifattura e agricoltura intelligente: la strada per il successo del Paese

Manifattura e agricoltura intelligente sono una direttrice imprescindibile per il successo del Paese: il 97% delle aziende manifatturiere e il 98% di quelle agricole ha implementato progetti di digitalizzazione dei processi produttivi. Sulle competenze 4.0, le aziende agricole risultano più soddisfatte di quelle manifatturiere per il livello di competenze sviluppate dal sistema scolastico e per l’importanza della formazione on-the-job. Il 54% delle aziende agricole è infatti soddisfatto delle competenze dei laureati e il 48% di quelle dei diplomati. Molto diversi, invece, i risultati in ambito manifatturiero, dove appena il 26% è soddisfatto delle competenze dei diplomati e il 40% di quelle dei laureati.

Le priorità su cui investire

L’Italia inoltre registra un gap significativo con i partner internazionali rispetto alla formazione tecnica post-scuola e quella continua. Il numero di iscritti al sistema italiano degli Its dovrebbe infatti crescere 40 volte per essere al passo con quello tedesco. Ma l’Italia risulta particolarmente debole anche rispetto alla formazione continua, elemento chiave per mantenere alta la competitività. Le priorità su cui investire per l’agricoltura intelligente, riporta Adnkronos,  risultano quindi le competenze su sostenibilità, digitale, comunicazione e competenze tecniche avanzate. Per la manifattura sono invece prioritarie le competenze Ict avanzate, Ai e Machine learning, Data Science e Project management, senza trascurare le competenze soft, quali la multidisciplinarità e l’imprenditorialità.

Attacchi DDoS: aumentano quelli smart per crollo criptovalute 

Secondo il sistema Kaspersky DDoS Intelligence, quest’anno la dinamica del numero di attacchi DDoS all’interno del trimestre non ha rispecchiato lo schema tipico. Un dato coerente con la crisi delle criptovalute, che di solito stimolano il mercato degli attacchi DDoS. Il report trimestrale DDoS pubblicato da Kaspersky prevede anche un aumento dell’attività DDoS complessiva, in seguito appunto al recente crollo delle criptovalute. Inoltre, nel secondo trimestre 2022, a causa dell’aumento della durata media e della percentuale di attacchi smart, gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) hanno raggiunto un nuovo livello. Rispetto all’anno precedente, la durata media di un attacco DDoS è aumentata di 100 volte. Allo stesso modo, la percentuale di attacchi smart ha quasi superato il record degli ultimi quattro anni, arrivando a rappresentare quasi la metà del totale.

Un numero di utenti colpiti circa 2,5 volte superiore

Un attacco DDoS è progettato per interferire con il normale funzionamento di un sito web o bloccarlo completamente. Durante un attacco, che di solito prende di mira istituzioni governative, società finanziarie o di vendita al dettaglio, media o altre organizzazioni, chi lo subisce rischia di perdere clienti a causa dell’indisponibilità del proprio sito web, e ne risente anche la reputazione. Rispetto ai dati del secondo trimestre 2021, le soluzioni Kaspersky hanno rilevato un numero di utenti colpiti da attacchi DDoS di circa 2,5 volte superiore. Nel secondo trimestre 2022, a differenza dell’inizio dell’anno, in cui si è registrata una forte crescita di attacchi dovuti all’attività degli hacktivist, i dati assoluti sono diminuiti. Questo però non significa che il mercato DDoS si sia indebolito, anzi, la qualità degli attacchi è cambiata: ora sono più lunghi e complicati.

Un attacco su due è stato di tipo smart

Nel secondo trimestre 2022, un attacco su due rilevato dai prodotti Kaspersky è stato di tipo smart, il che significa che gli organizzatori hanno condotto una preparazione piuttosto sofisticata. La percentuale di attacchi smart ha raggiunto un nuovo record in questo trimestre, quasi il 50%. Il valore più alto in assoluto era stato raggiunto quattro anni fa, quando il mercato DDoS era in crisi, quindi un dato inaspettato ora, in un anno ‘intenso’ in termini di attività DDoS.

Quanto durano gli attacchi? Anche 29 giorni

La durata media di un attacco nel secondo trimestre 2022 è stata di 3.000 minuti, ovvero due giorni.
Si tratta di una durata 100 volte superiore a quella del secondo trimestre del 2021, quando un attacco durava in media solo 30 minuti. Rispetto al primo trimestre del 2022, che a causa dell’attività degli hacktivist era caratterizzato da una durata senza precedenti delle sessioni DDoS, anche il secondo trimestre mostra un aumento pari a tre volte. Alcuni degli attacchi dello scorso trimestre sono durati giorni o addirittura settimane. Il record è stato stabilito da un attacco con una durata di 41.441 minuti, ovvero poco meno di 29 giorni.

Spiagge pulite: il 62% degli italiani vuole fare la sua parte

Sono 19 milioni, il 62%, gli italiani responsabili, che si prendono cura del luogo in cui si trovano, rimuovendo se necessario gli oggetti abbandonati da altri sulle spiagge italiane. I più ‘responsabili’ sono per la maggior parte giovani con meno di 24 anni, vivono in prevalenza nelle grandi città del sud, sono lettori e appassionati di sport e vita all’aperto. Insomma, gli italiani, soprattutto i giovani, quando trovano rifiuti sui litorali vogliono fare la propria parte. Il sentimento più diffuso di fronte al degrado delle spiagge italiane è infatti il fastidio, provato da circa 25 milioni di persone. L’esperienza della sporcizia sui litorali è infatti comune tra la popolazione: sono 27,4 milioni gli italiani che l’hanno vissuta, e solo il 12% non l’ha mai provata.

La rabbia di fronte ai litorali sporchi

È quanto emerge dal sondaggio di Sorgenia realizzato da Human Highway per misurare i sentimenti di 31 milioni di italiani che frequentano abitualmente le spiagge del Paese. Ci sono poi i ‘vorrei ma non posso’ (18,7%), che provano rabbia di fronte ai litorali sporchi, ma non agiscono perché non ritengono sia compito loro, non hanno gli strumenti adeguati o sono preoccupati per ragioni igieniche. Ci sono anche gli ‘indifferenti’ (2,5 milioni), che pur notando la sporcizia non sentono il bisogno di intervenire, e i distratti (11,7%), che addirittura non vedono i rifiuti.

Mozziconi, bottiglie, lattine, plastiche, mascherine i rifiuti più diffusi

Al primo posto i mozziconi di sigaretta (notati dal 72,3% del campione), poi bottiglie, lattine e plastiche (50%), e new entry tra gli oggetti d’uso quotidiano, le mascherine (39,8%). Nella classifica degli oggetti indebitamente abbandonati sui litorali anche avanzi di alimenti, carte e giornali, escrementi di animali domestici e indumenti. Come prevenire il degrado? Il 40% degli italiani suggerisce un maggior numero di cestini e bidoni a margine dei lidi e una quota simile reclama la figura della ‘guardia marina’ per far rispettare le regole.

Come prevenire il degrado?

Tra le altre proposte, riferisce Adnkronos, aumentare i cartelli informativi e dare ai bagnanti gli strumenti per portare via i propri rifiuti. Soprattutto, i più responsabili sono favorevoli a nuove forme di interventi condivisi, come flashmob da organizzare periodicamente sulle spiagge. Il 22,8% di loro vorrebbe istituire la ‘mezz’ora di pulizia’ e uno su sette consiglia di puntare sulla tecnologia, segnalando gli appuntamenti di plogging su canali social o promuovendo apposite app che indichino le spiagge più sporche e convochino i volontari a pulirle.

Il futuro dell’e-commerce? Il social shopping

Quale sarà l’evoluzione dell’e-commerce, una modalità di acquisto ormai entrata nelle abitudini di quasi tutti gli italiani? A questa domanda risponde un’analisi di Nielsen IQ, che ha esaminato l’andamento del fenomeno nei paesi trend setter, da sempre degli apripista per i mercati meno sviluppati sotto questo profilo.

Cosa succede in Asia

Il mobile commerce (m-commerce), le super app e il social commerce possono suonare nuovi per molti, ma in reatlà rappresentano fattori chiave per l’e-commerce nei mercati maturi dell’Asia. Produttori e rivenditori di tutto il mondo dovrebbero imparare da da questi esempi, che rappresentano nuove promettenti opportunità che aspettano di essere colte. Gli utenti mobile stanno indiscutibilmente aumentando il traffico dell’e-commerce, determinandone l’evoluzione. Gli shopper mobile-first stanno guidando l’m-commerce e guadagnando terreno in tutta l’Asia. In Corea del Sud, ad esempio, l’82% degli acquirenti online ha utilizzato il proprio dispositivo mobile per la spesa. L’m-commerce si dimostra un canale rilevante anche in Brasile, con un numero di ordini effettuati che ammonta a 56,3 milioni nel primo semestre del 2021.
Le applicazioni mobili alimentano il commercio digitale. Le cosiddette super app hanno iniziato ad acquisire importanza nel sud-est asiatico in quanto offrono ai consumatori un servizio unico, integrando tutti gli aspetti della vita virtuale dei consumatori con molteplici servizi come social networking, consegna di cibo, prenotazione di ristoranti, pagamenti e giochi. Oggi, le super app di e-commerce possono avere circa 1-1,5 milioni di articoli rispetto ai 75-90K articoli in negozio. Grazie a una user experience intuitiva, le super-app offrono una soluzione per le sfide di oggi: navigare tra i diversi bisogni dei consumatori e tenerli impegnati. 

Il ruolo del social commerce

Il social commerce sta conquistando il mondo come nuova forma di engagement. Gli acquisti attraverso i social network sono in aumento, con il 60% dei consumatori online che ha riferito di aver effettuato almeno un acquisto tramite una piattaforma social nel 2020. Il social commerce include non solo le transazioni che i consumatori effettuano attraverso i social network, ma i molti nuovi modi in cui le aziende combinano lo shopping online basato sul valore con l’intrattenimento sociale. Gli e-market sviluppati come la Cina stanno sfruttando il social commerce per estendere il coinvolgimento degli shopper facendo affidamento sul potere del senso di comunità. Anche l’e-commerce in livestreaming sta vivendo una crescita esponenziale in Cina, attirando ora 265 milioni di utenti, che rappresentano quasi il 50% degli utenti di livestreaming. 

Gli italiani e il mondo calcio: un “Sistema nel pallone” 

A quanto emerge dall’indagine dal titolo Un Sistema nel pallone, condotta da SWG per Inrete, per 9 intervistati su 10 il calcio versa in condizioni difficili, e per la metà la crisi è così grave da necessitare di una vera e propria rivoluzione. Opinione condivisa soprattutto tra gli over 55 (56%) e tra chi non segue il calcio (58%). Solo il 7% ritiene che il sistema abbia imboccato la strada giusta per tornare a crescere, e il 4% che il comparto sia in salute. Sullo sfondo della ricerca campeggia una disaffezione che allontana un terzo degli italiani dall’argomento. Per gli italiani, tifosi o meno, il tanto amato sport nazionale non merita più di essere aiutato: è già particolarmente ricco e non necessita di misure da parte dello stato.

Ristori: il sistema calcio non li merita

Sul fronte ristori e aiuti il giudizio è infatti implacabile: il sistema calcio non li merita. Dal 1 gennaio 2020 il mondo del pallone ha potuto beneficiare del Decreto Crescita, un regime di tassazione agevolata per lavoratori residenti all’estero, che ha favorito l’ingaggio di campioni di livello internazionale da parte dei club italiani. Secondo il 69% degli intervistati si tratta di una scelta sbagliata: anziché favorire il risparmio, questo provoca un ulteriore aumento degli ingaggi ai calciatori, e per il 47% il mondo del pallone è già troppo sprecone e non dovrebbe godere di questi aiuti. Solo gli under 35 (29%), ritengono che la misura debba valere per tutti i settori industriali, senza distinzioni.

Ridurre gli sprechi, anche a scapito della competitività

Di fronte alle difficoltà il monito che arriva è quello di ridurre gli sprechi, anche a scapito della competitività. Lo sostiene chi non ama il calcio (83%), ma anche gli appassionati (76%). Per il 78% il sistema dovrebbe concentrarsi a sistemare i conti per gettare basi solide per il futuro, percentuale che sale all’85% per gli over 55: indice di come il futuro del pallone non possa che passare da una razionalizzazione interna anziché da un indebitamento continuo. Pena, la disaffezione di una sempre più ampia fetta di popolazione. Infatti, solo il 22% vorrebbe si puntasse sull’aumento dei ricavi, investendo per essere competitivi anche in Europa

Servono riforme a lungo termine

Da qui la necessità di riforme a lungo termine. Tra queste, l’incentivo agli investimenti per favorire la crescita dei giovani calciatori (91%), l’introduzione di un salary cap europeo per stabilire un tetto massimo agli stipendi dei calciatori (90%), la forte limitazione del potere dei procuratori (90%), la revisione del modello di concessione dei diritti tv (89%), lo sviluppo del calcio femminile (85%) e lo snellimento delle procedure della PA per favorire la costruzione di stadi di proprietà da parte dei club (81%). In questo scenario, quello dell’ingresso dei fondi di investimento rappresenta per 7 intervistati su 10 un fattore positivo, che potrà giovare al calcio italiano. Negli ultimi anni il sistema si è infatti aperto alle proprietà straniere e ai fondi dell’investimento, che ne potrebbero rilanciare la competitività.

La resilienza digitale è guidata da Cloud, lavoro a distanza e Zero Trust

L’aumento del traffico di rete ha aggravato le sfide che le organizzazioni si trovano ad affrontare per poter continuare a essere resilienti nell’era post-pandemica.
L’86% delle organizzazioni italiane e francesi registra un aumento dei volumi del traffico di rete negli ultimi 12 mesi. Aumento che nei due Paesi è risultato leggermente superiore (53%) alla media mondiale (47%). Emerge dalla ricerca di A10 Networks, Enterprise Perspectives 2022, condotta da Opinion Matters su 2.425 professionisti senior di applicazioni e reti di dieci aree geografiche, tra cui l’Italia. La ricerca analizza le preoccupazioni, le sfide e le priorità tecnologiche delle organizzazioni. Quanto al futuro ambiente di rete, il 79% delle organizzazioni italiane e francesi dichiara che sarà basato sul cloud, e per il 26%, il cloud privato.
Tuttavia, delle 250 organizzazioni intervistate in Italia e Francia, il 95% mostra alti livelli di preoccupazione per gli aspetti della resilienza digitale aziendale.

Preoccupa l’accesso da remoto negli ambienti ibridi 

Inoltre, le aziende italiane e francesi sono estremamente preoccupate per gli accessi da remoto negli ambienti ibridi, dimostrando elevata consapevolezza sull’importanza di bilanciare sicurezza e accesso dei dipendenti alle applicazioni vitali dell’impresa. Rispetto ad altre aree, gli intervistati italiani e francesi sono più preoccupati per la perdita di dati e beni sensibili in caso di un attacco informatico. Altre preoccupazioni riguardano il ransomware, i potenziali tempi di inattività o di blocco in caso di attacco DDoS e l’impatto su marchio e reputazione. In risposta a queste preoccupazioni, la ricerca evidenzia uno spostamento verso approcci Zero Trust, con il 32% delle organizzazioni italiane e francesi che dichiara di aver già adottato un modello Zero Trust negli ultimi 12 mesi e il 13% che intende adottarlo nei prossimi 12.

Si riafferma la “vecchia” normalità?

Sebbene si sia verificato un cambiamento infrastrutturale per supportare il lavoro distribuito da casa e da remoto, il 70% delle organizzazioni dell’Europa meridionale afferma che tutti o la maggior parte dei dipendenti lavoreranno in ufficio nel lungo periodo, rispetto a una media del 62% globale. Solo l’11% afferma che una minoranza o nessun dipendente lavorerà dall’ufficio. Un dato in contrasto con le previsioni del passaggio all’azienda perennemente ibrida, con i professionisti di applicazioni e reti che si aspettano il riaffermarsi della vecchia normalità.

Le tecnologie blockchain sono diventate “maggiorenni”

In termini di priorità di investimento, le tecnologie blockchain sono indubbiamente diventate ‘maggiorenni’: il 37% delle organizzazioni italiane e francesi dichiara di averle implementate negli ultimi 12 mesi. Inoltre, il 36% dichiara di aver implementato tecnologie di deep observability e connected intelligence, oltre ad AI e machine learning. Guardando al futuro, è probabile che l’adozione di iniziative di cybersecurity aumenti, compresi i modelli Zero Trust. Ci si aspetta quindi un’implementazione più diffusa, man mano che le organizzazioni aziendali comprenderanno i vantaggi che ne derivano.

Gender equality: serve un vero cambiamento culturale

Negli ultimi decenni la parità di genere ha subito una progressiva evoluzione, con alcuni esempi di donne in ruoli di comando a livello istituzionale. L’Italia però presenta ancora un divario di genere nel mondo del lavoro. Lo confermano i dati contenuti in un’indagine realizzata da EY insieme a Swg: solo l’1,7% delle donne ricopre il ruolo di ad in società quotate, e solo lo 0,7% nelle banche. Ma anche negli altri settori, complice la crisi economica legata alla pandemia, il gender gap è cresciuto ulteriormente.
“Con la pandemia abbiamo assistito all’emergere di nuovi fenomeni che hanno trasformato profondamente il mondo del lavoro – dichiarano Carlo Majer ed Edgardo Ratti, co-managing Partner di Littler Italia -. Basti pensare alla fase pandemica e post-pandemica, dove moltissime donne hanno scelto di lasciare il mercato del lavoro o comunque di ridurre le proprie ore”.

Incentivare le aziende a valorizzare la leadership femminile

Qualche passo in avanti però è stato compiuto, e la legge 162/2021 può rappresentare una svolta rivoluzionaria all’interno delle aziende, offrendo uno strumento concreto per incentivarle a valorizzare la leadership femminile e ridurre i gender gap.
“Da un punto di vista tecnico, la certificazione di parità – spiega Alessandro De Palma, partner del dipartimento labour di Orsingher Ortu – prevede un riconoscimento formale alle aziende virtuose, che possano dimostrare politiche e misure concrete adottate, in particolare, per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale e alla tutela della maternità. Queste aziende potranno usufruire di sgravi contributivi, nel limite massimo di 50.000 euro annui, e punteggi premiali nell’ambito di appalti pubblici”.

Nelle multinazionali cresce l’impegno a favore di percorsi di carriera aperti

“Per la prima volta è stato introdotto uno strumento pragmatico che possa stimolare i datori di lavoro ad adottare politiche e azioni volte a ridurre la disparità di genere, e auspichiamo che tale novità legislativa, insieme ai fondi messi a disposizione, possa fornire una spinta positiva all’intero sistema-Paese”, aggiunge De Palma.
Alcuni casi positivi esistono già, soprattutto tra le nuove generazioni di giovani donne che riescono a costruire un legame di valore tra tradizione e innovazione per traghettare nel futuro l’impresa di famiglia. E se la finanza e la tecnologia sono alcuni settori in cui rimangono ancora oggi gli stereotipi di genere, negli ultimi anni, soprattutto all’interno delle multinazionali, è cresciuto l’impegno a favore di percorsi di carriera aperti.

Il cambiamento parte da un equilibrio di potere all’interno della coppia 

Tuttavia, per arrivare a una radicale trasformazione, anche strutturale, verso una reale parità di genere, è necessario avviare un cambiamento culturale, che parte da un equilibrio di potere all’interno della coppia.
“Nella mia esperienza di terapeuta – spiega Amanda Zanni, psicoterapeuta di coppia di Santagostino – osservo costantemente come la parità di genere sia un concetto tutt’altro che acquisito nella coppia, e quanto, nonostante le premesse raccontate, l’appartenenza di genere spesso ancora definisca implicitamente le aspettative e i ruoli assegnati al partner”.

La benzina è sempre più cara? E gli italiani “tagliano” l’uso dell’auto

Lo stiamo scoprendo tutti, purtroppo: l’aumento delle materie prime, quelle energetiche in primis, e la situazione internazionale complicata hanno avuto un impatto pesante sul budget familiare. In sintesi, l’aumento dei prezzi per molti beni è stato davvero importante e ha comportato anche rinunce o cambi d’abitudine. In particolare, il caro carburante ha modificato l’approccio degli italiani rispetto all’utilizzo dell’auto.

1 italiano su 2 usa meno l’auto 

Nonostante il taglio delle accise, il prezzo del carburante continua a salire e il Governo valuta nuovi interventi. Gli automobilisti, nel frattempo, corrono ai ripari; secondo l’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research, negli ultimi tre mesi quasi 1 italiano su 2 (46%) ha ridotto l’uso dell’auto, specialmente nel tempo libero, pur di risparmiare. Le strategie adottate – si legge nell’indagine condotta su un campione rappresentativo della popolazione nazionale – sono diverse; il 47% dei rispondenti, pari a circa 20 milioni di individui, ha dichiarato di prestare maggiore attenzione nella scelta della pompa di benzina, mentre quasi 1 automobilista su 3 ha modificato il proprio stile di guida adottandone uno idoneo a ridurre i consumi di carburante.

Le contromosse per risparmiare

Esiste un’altra ricerca, questo volta condotta da MediaWorld, denominata “Gli italiani e l’energia”, che spiega quali sono le ulteriori mosse adottate dagli italiani italiani per affrontare questo momento di sensibili rincari. Dall’analisi è emerso che 7 italiani su 10 hanno scelto di reagire contro l’impennata dei prezzi cambiando abitudini di vita, mentre gli altri si sono rassegnati a pagare di più. Ad esempio il 70% degli italiani ha deciso di trovare un sistema per usare meno l’automobile tradizionale: di questi il 40% adesso si muove a piedi, il 13% ha virato verso un mezzo elettrificato, il 9% ha sostituito l’auto con i mezzi pubblici e l’8% ha scelto, ove possibile, di lavorare in smart-working per ridurre al minimo gli spostamenti in auto. Tra coloro che sono passati ai mezzi elettrici, più della metà (il 52%) ha scelto l’e-bike, il 23% un’auto ibrida e il 10% una vettura full-electric. Solo il 9%, invece, ha optato per il discusso monopattino elettrico.

La benzina continua ad aumentare di prezzo
Il prezzo del carburante è tornato a salire: secondo i dati ufficiali aggiornati al 31 maggio, nella modalità self il costo medio della benzina è arrivato a 1,914 euro al litro, mentre per il diesel a 1,831 euro al litro; tra le cause dei recenti rincari vi sono le quotazioni del greggio, in continua salita, e l’embargo al petrolio russo deciso dell’UE.